Souvenir di Natale
Olivia chiuse la porta con un paio di mandate e buttò il cappello su una poltrona liberando la sua chioma indisciplinata.
Il vantaggio dell'inverno, quando andava per souvenir, era che bastava un cappellino invece della solita parrucca, che poi era anche divertente portarla, ormai ne aveva di diversi colori e tagli, solo che nel momento in cui diventava superflua le dava subito noia, facendole prurito o mettendole caldo.
Il primo giorno era stato di ricognizione, le chiavi erano dove Linda aveva detto sarebbero state, cioè attaccate con scotch di carta sopra lo stipite della porta.
Aveva fatto il giro dell'appartamento scattando foto con il telefono di servizio e poi le aveva inviate nella chat comune, la mattina seguente, in vista della nuova spedizione, i suoi cugini le avrebbero comunicato se fossero interessati a qualche oggetto in particolare.
Il caso di Linda era partito bene, comodo; parlava degli affari suoi al telefono senza curarsi del volume inoltre aveva fornito un bel po' di informazioni direttamente a Olivia, con la quale era ormai entrata in confidenza perché Olivia era una cameriera veloce e sembrava leggerle nel pensiero, tanto che ormai affidava direttamente a lei la scelta del suo pasto.
Linda era divorziata, senza figli, single e con un occhio puntato sullo sfuggente vicino di casa, non aveva piante ne' animali perciò in sua assenza nessuno doveva passare per prendersene cura.
E qualche giorno prima, mentre le portava il caffè, Olivia l'aveva sentita spiegare ad un'amica dove trovare le sue chiavi di scorta in caso di emergenza, sarebbe stata fuori per lavoro una decina di giorni.
C'era tutto il tempo per un'ispezione tranquilla e accurata.
Tolse il cappotto e si guardò intorno, l'appartamento, spazioso, era dominato dal beige intervallato con colori brillanti: la sala era beige e rossa, la cucina beige e gialla, la camera da letto beige e fucsia il bagno beige e azzurro, la maggior parte dell'arredo invece era bianco o grigio perla e i mobili in legno chiaro, se non fosse stato per lo stacco con i colori vivaci Olivia l'avrebbe trovato soporifero.
Ma soprattutto mancava l'albero di Natale e si era quasi a metà dicembre.
I suoi tre cugini avevano decorato il bar il primo del mese, lei aveva preparato e appeso anche due nuovi collage a tema natalizio, ma prima lei e Mattia avevano dovuto trattenere gli altri due, Betta e Sergio, dal cominciare ad appendere addobbi e ghirlande già a metà novembre.
Iniziò la perlustrazione dalla libreria, pescò un paio di titoli che aveva in mente di leggere, controllando che all'interno non vi fossero dediche, e li posò sul tavolino.
Passò in rassegna i soprammobili, pochi e banali, e approdò in cucina dove prese gli utensili di design che le aveva indicato Sergio scegliendone due tra i cinque evidenziati.
In bagno vi erano diversi cosmetici di marche costose e Olivia ne prese tre, perché sebbene Linda fosse bionda avevano la stessa carnagione.
Li posò vicino al resto del bottino, insieme ad una speciale spazzola per capelli che Betta avrebbe apprezzato molto e ad una crema idratante che si poteva comprare solo in profumeria, poi andò in camera.
Il portagioie rivestito in velluto rosso, oltre al classico spazio con lo specchietto aveva due cassetti; Linda era allergica alla bigiotteria, come le ripeteva ogni volta che sfoggiava un gioiello nuovo o regalato, perciò, se era stata sincera, quel piccolo scrigno conteneva solo oggetti in oro argento e probabilmente anche platino.
Olivia fece una cernita tra pezzi che le sembravano simili tra loro, imitazioni preziose di grandi case e quelli che le parevano anonimi, facili da dimenticare, tralasciando ciò che le sembrava antico o che potesse avere un valore sentimentale.
Quindi toccò ai cassetti del comodino, nel primo vi era una miscellanea di oggetti per la notte: tappi per le orecchie, mascherina in raso, crema per le mani e così via, nel secondo mutandine di cotone e nel terzo strumenti per il piacere, un lubrificante alla fragola e dei preservativi, era una donna lungimirante.
Frugò nel cassetto delle mutandine e trovò un sacchettino bianco contenente cinquecento euro in tagli da cento e da cinquanta, ne prelevò duecento e lo ripose.
Infilò i soldi nella tasca dei jeans e continuò l'esplorazione con la cassettiera di fianco all'armadio, che conteneva la lingerie di marca, più o meno provocante, sottovesti, sottogiacche, collant finissimi, calze e reggicalze e autoreggenti, un vero e proprio arsenale della seduzione, niente che interessasse Olivia però che passò all'armadio, il quale si rivelò una piccola cabina.
A sinistra vi erano cappotti, giacche e impermeabili e sul fondo le calzature, il resto dello spazio era occupato dal guardaroba, solo invernale, e Olivia si chiese dove tenesse quello estivo, c'era uno scomparto segreto?
Passò in rassegna i capi, molti dei quali avevano ancora l'etichetta, e adocchiò una bella maglia color amarena, in cachemire leggero e morbido e decise di provarla. Lei e Linda avevano all'incirca la stessa corporatura, Linda aveva più seno ma Olivia trovò che la maglia le cadesse bene e decise di tenerla, buttando il proprio maglione su una spalla; stava ispezionando gli altri capi quando udì un brontolio provenire dal pianerottolo, posò sul letto i tre indumenti che aveva già scelto e mentre andava a controllare notò la totale mancanza di foto.
Quadri alle pareti ce n'erano, per quanto brutti, ma foto no, tranne sul frigo dove, trattenuta da una calamita, vi era la foto di una bambina con un cane.
Quindi forse avevano un tratto in comune, anche la casa di Olivia era spoglia di fotografie, perché la disturbavano, che fosse per l'idea di fermare l'attimo su carta e incorniciarlo, o per le espressioni immote, le foto la mettevano a disagio.
Intanto il brontolio continuava e Olivia sbirciò dallo spioncino: sul pianerottolo due uomini parlavano e un grosso cane girava loro intorno lamentandosi, si lasciò vincere dalla curiosità ed aprì uno spiraglio di porta, per capire cosa stessero dicendo.
Il tizio più alto, infagottato in un pesante golf grigio tortora era fermo davanti ad un appartamento con la porta spalancata, l'altro, invece, con occhiali, cappotto e una borsa di pelle in mano, era in linea con l'ascensore: “Mi dispiace Michele.” stava dicendo: “Adesso devo proprio andare, ho altri pazienti che mi aspettano.”
“Figurati Doc.” rispose l'altro, aveva una bella voce ma intasata dal raffreddore: “Anzi grazie per avergli fatto fare un..” s'interruppe perché il cane, sempre lamentandosi si era diretto verso la porta socchiusa infilando il muso, e adesso, se pure Olivia avesse voluto chiudere avrebbe dovuto spingere fuori il cane, un grosso meticcio in cui spiccava la parte husky.
Ma tanto non voleva, la voce dell'uomo col golf color tortora, aveva delle note carezzevoli nonostante il raffreddore e la sua curiosità era lungi dall'essere soddisfatta.
Si affacciò alla soglia e il cane le tenne un discorso articolato, lei ascoltò attentamente, quando e ebbe finito guardò i due uomini e lo riferì: “Sostiene che il giro che ha fatto era corto, e lui doveva ancora finire.”
“Ha detto proprio così?” domandò semiserio l'uomo col golf tortora.
“Latrato più latrato meno.”confermò Olivia.
Il secondo uomo ridacchiò, poi annunciò la sua dipartita e senza aspettare l'ascensore si dileguò per le scale.
L'ascensore era lento, uno dei più lenti che Olivia, nelle sue scorribande per souvenir, avesse mai preso.
Rimasti soli Olivia guardò l'uomo e sentì chiaramente un nodo formarsi in gola e uno un po' più in basso, alla base dello stomaco, ma non essendosi mai innamorata a prima vista, lo imputò alla paura di essere scoperta.
“Purtroppo oggi Artù si deve accontentare.” disse lui passandosi una mano sulla fronte, aveva il viso arrossato e gli occhi lucidi, probabilmente insieme al raffreddore aveva la febbre: “Se riesco lo porto giù più tardi, se no per oggi dovrà arrangiarsi sul balcone.”
Artù espresse il suo dissenso con un mugugno scocciato.
“Posso portarlo giù io.” dichiarò Olivia dopo aver deglutito un paio di volte.
L'uomo la scrutò per qualche istante: “Tu non sei la mia solita vicina.” disse e lei trasse un respiro di sollievo.
Evidentemente lui e Linda si conoscevano solo di vista, anzi, lei lo conosceva di vista invece l'uomo le aveva prestato scarsa attenzione.
“Sono la sua house sitter.” rispose con un sorriso.
“House sitter?” ripeté lui.
Olivia gli fece cenno di aspettare e rientrò seguita da Artù, indifferente ai richiami del suo padrone, frugò nella borsa finché trovò uno dei volantini, sapeva che prima o poi sarebbe sarebbero serviti.
Tornò sul pianerottolo e lo porse all'uomo.
I volantini presentavano una, finta, agenzia di house, pet e plant sitter, e riportavano il numero del cellulare di servizio, a cui rispondevano solo se a chiamare era uno di loro, altrimenti lo lasciavano squillare fino a che partiva la segreteria con il messaggio di benvenuto della finta agenzia, inciso da Sergio.
L'uomo lesse il volantino e lo piegò: “Posso tenerlo?” chiese.
“Certo.” rispose Olivia, il cane intanto le si era seduto vicino, la coda batteva a terra come per scandire il tempo, e lei gli accarezzò il capo.
“E puoi lavorare per due persone contemporaneamente?” continuò lui.
“Beh si, siete sullo stesso pianerottolo, e in casa non c'è niente da fare.” rispose Olivia: “Devo solo passare per controllare che sia tutto ok.” aggiunse.
“Quanto è all'ora?” chiese l'uomo.
“Zero.” disse Olivia.
“Zero?” ripeté lui stupito.
Lei annuì: “In casa non c'è niente da fare.” ribadì: “La mia cliente desidera che non si tocchi niente, e vuole che mi assicuri che sua madre si tenga alla larga.”
Una volta Linda si era sfogata con Olivia su quanto la facessero infuriare le incursioni della madre in sua assenza, incursioni in cui sistemava la casa nel modo che secondo lei era più giusto: “Come se avessi dodici anni invece di quarantatré.” aveva concluso e poi era arrossita per essersi lasciata andare.
Il cane si rimise in piedi e riprese a lamentarsi.
“Ok, ne parliamo dopo perché credo che Artù abbia davvero bisogno di scendere di nuovo e non stia recitando.” disse l'uomo.
Artù emise un brontolio oltraggiato.
“Va bene, va bene, scusa.” replicò il suo padrone e rientrò in casa per uscirne poco dopo con un mazzo di chiavi.
Olivia
lo scrutò: in quei pochi minuti di conversazione era peggiorato, e
avrebbe giurato di sentirlo emanare calore fino a lei e infatti:
“Io
adesso vado a sdraiarmi perciò ti sarei grato se lo portassi in casa
tu, dopo.” disse.
“Ma certo.” replicò Olivia: “Vuoi che ti prenda qualcosa in farmacia?” si offrì; era proprio conciato.
L'uomo sorrise: “No grazie, il medico mi ha lasciato il necessario, spero che l'effetto sia rapido.”
“Bene, allora recupero cappotto e borsa e vado.” disse lei.
Aveva messo gli occhi sul bellissimo cappotto color prugna che aveva visto nella cabina armadio, afferrò una sciarpa verde, la piccola tracolla che di solito portava sotto il giaccone e uscì.
L'uomo aveva chiamato il lentissimo ascensore e Artù la aspettava seduto dentro mentre lui teneva una mano davanti alla fotocellula, lei prese il guinzaglio ed entrò.
“Ah, io mi chiamo Michele.” si presentò lui mentre le porte si chiudevano.
“Olivia.” gridò lei poi guardò il cane e disse: “Artù il tuo padrone è un uomo molto molto molto attraente.”
E Artù rispose con un gorgoglio di assenso.
Dopo un giro turistico durante il quale fecero tappa al bar per una cioccolata e una tazza di panna per Artù, che Olivia era intenzionata ad accattivarsi ad ogni costo, e dopo un breve terzo grado dei cugini, lasciato in sospeso, fecero ritorno.
“Non avevi bisogno di scendere eh.” disse al cane che trottava allegro sul marciapiede, la sua parte husky si stava godendo il freddo, aveva fatto un paio di pipì ma niente di più: “Imbroglione.” aggiunse, ma chi era lei per parlare?
Inoltre il giro era stato lungo ma produttivo: nelle tasche del cappotto aveva trovato un rossetto di marca in tinta, due banconote da venti euro e diverse monete e seguendo un'intuizione si era fermata in farmacia e aveva comprato il ghiaccio istantaneo.
Aveva trovato al primo colpo le chiavi del portone, e una volta su aveva scoperto che Michele aveva lasciato, o più probabilmente dimenticato, la porta aperta.
Artù entrò di corsa e lo raggiunse in cucina dove cominciò subito a raccontare la sua gita.
Olivia posò il guinzaglio sulla console all'ingresso
“E' euforico.” disse Michele quando la vide: “Dove l'hai portato?” domandò facendole cenno di accomodarsi, e offrendole del te.
“E' stato lui a portare me.” replicò Olivia sedendo di fronte a lui e declinando l'offerta.
“Credo proprio che avrò bisogno dei tuo servigi nei prossimi giorni.” esordì Michele, e lei riuscì a contenere un moto di esultanza solo grazie all'esperienza che aveva maturato come cameriera, anche se in genere più che la gioia doveva contenere l'esasperazione.
“Certo. Come dicevo dalla tua vicina mi limito a fare la guardia, perciò quando è l'ora passo a prendere Artù.”
“Fai la guardia?” sogghignò lui.
Olivia annuì: “Anche la donna delle pulizie viene solo quando c'è lei.” inventò.
Michele bevve un sorso di te e si appoggiò allo schienale della sedia: “Allora se potessi portare giù Artù alle due del pomeriggio e alle sette sarebbe perfetto.” disse.
“E la mattina?” domandò Olivia.
“La mattina passa un mio amico prima di andare al lavoro.” rispose lui massaggiandosi le palpebre.
Lei si spostò più vicino: “Posso?” chiese allungando una mano, Michele annuì e Olivia posò il palmo sulla fronte.
“Scotti.” disse: “Devi metterti subito a letto.”
“Credo che seguirò il tuo consiglio.” replicò lui alzandosi.
Olivia lo accompagnò in camera, una stanza ampia con le pareti blu.
Michele si tolse il golf, sotto aveva una maglia bianca e si mise sotto il piumone verde lime.
“Hai la borsa del ghiaccio?” domandò Olivia.
Lui scosse la testa: “Mai avuta.” rispose, e lei sperimentò un altro moto d'esultanza, stavolta per aver seguito il proprio intuito.
Andò a prendere il ghiaccio istantaneo dalla borsa e mentre tornava in camera lesse le istruzioni per attivarlo.
“Prima sono passata in farmacia.” disse.
Lo appoggiò con delicatezza sulla sua fronte e lui sospirò di sollievo.
Erano quasi le diciotto e trenta, e anche se Artù era appena risalito, preso sarebbe dovuto scendere per l'ultimo giro, e Michele avrebbe pur dovuto cenare per riprendere le forze e al momento non era in grado di prepararsi un pasto.
Adesso poi dormiva con Artù sdraiato al suo fianco
Lo guardò, tentata di accarezzargli il viso.
Si era innamorata a prima vista, e la cosa era talmente assurda che si sarebbe messa a ridere, non fosse stato per il nodo in gola; Betta di certo si sarebbe sbellicata.
Si riscosse e uscì dalla camera.
Doveva andare nell'appartamento di Linda a prendere i souvenir e il giaccone e riporre il cappotto per mettere quello di scorta.
Per entrare nei condomini usava il giaccone che un corriere aveva dimenticato al bar un paio di anni prima e che si era rivelato un vero passepartout.
Bastava citofonare annunciando una consegna da Amazon, e se anche ci fosse stato un videocitofono o qualcuno si fosse affacciato alla finestra, avrebbe visto un tizio con un pacco e un giaccone con il logo di una compagnia di corrieri.
Dentro il pacco aveva il cappotto di riserva, perché chiunque avesse visto entrare un corriere, non l'avrebbe mai visto uscire.
Un cappotto nero e un cappellino nero o scuro garantivano l'anonimato, Olivia li detestava ma doveva vestire come la maggioranza per passare inosservata, e la gente vestiva quasi sempre di nero.
Certo bisognava andare a portineria chiusa, quando c'era, perché i portinai erano veri e propri doganieri.
Però, ripensandoci, non poteva portar fuori Artù e poi rientrare con un cappotto diverso, era probabile Michele non fosse in condizioni di notare lo scambio ma era inutile rischiare, decise di rimandare il passaggio da Linda dopo il giro con il cane.
Cane che aveva lasciato il suo padrone e si era piazzato davanti alla porta, stabilito il contatto visivo cominciò a mugolare sommessamente.
“Ok, andiamo.” disse Olivia agganciando il guinzaglio, ne avrebbe approfittato per chiamare sua cugina e chiederle consiglio, il suo mezzo fidanzato non schivava un'influenza da quasi dieci anni; e con sua sorpresa Olivia scoprì che lo curava con il porridge.
“Avrei detto brodo di pollo.” disse.
“Anche, ma non ti ci vedo farlo.” rispose Betta: “E mica vorrai dargli quello del supermercato?, chiunque sia questo tizio. Con il porridge fai prima e ti servono pochi ingredienti.”
“Pensavo che il porridge fosse una colazione.” replicò Olivia.
“Oh, gli stomaci non ci fanno a caso. Adesso ascolta bene.”
E dopo aver ascoltato bene ed essersi fermata a comprare gli ingredienti, Olivia si ritrovò in una cucina estranea a preparare un porridge con latte, miele, pezzetti di mela e di banana.
Ma prima diede i croccantini a Artù, per evitare che esternasse il proprio disappunto a voce alta.
Quando il porridge fu pronto lo versò in una grossa scodella prese un cucchiaio e andò in camera.
Michele si era mosso nel sonno e il ghiaccio era scivolato sul cuscino.
Olivia posò la scodella sul comodino e gli toccò la fronte, l'uomo aprì gli occhi, e dopo averla messa a fuoco le sorrise: “Che ore sono? Non è già mattina vero?” domandò confuso.
“No, sono appena passate le otto.” rispose lei: “Se te la senti di mangiare qualcosa ho preparato del porridge.”
“Porridge?” ripeté Michele divertito: “Mi sono svegliato in Inghilterra?”
“Mia cugina dice che è un toccasana.” replicò lei.
Un po' goffamente Michele si sollevò e Olivia gli sistemò i cuscini dietro la schiena e quando fu a posto e gli porse la tazza si accorse che la stava studiando.
“Il ghiaccio istantaneo l'hai comprato per me?” domandò.
Lei annuì.
“Prima di sapere che non possiedo una borsa del ghiaccio.” continuò Michele.
Olivia arricciò il naso: “Non hai l'aria di uno che possiede una borsa del ghiaccio.” rispose e lui ridacchiò.
“Sono felice che la mia vicina creda di aver bisogno di una house sitter.” disse: “Ce n'è ancora?” chiese e Olivia si accorse che aveva vuotato la tazza.
“Ti è piaciuto?” domandò, magari era solo affamato.
“Ha un ottimo sapore. Grazie.” replicò lui.
Olivia tornò in cucina e mentre riempiva la scodella si accorse che la mano le tremava leggermente, allora prese il cellulare e mandò un messaggio a Betta: 'E' accaduto l'irreparabile, ho avuto un colpo di fulmine'.
Betta che in genere si prendeva il suo tempo per rispondere stavolta si fece viva subito: 'PER CHI?'
'Il vicino di casa della nostra ..amica.” scrisse Olivia e dopo pochi secondi il suo cellulare fu inondato da faccine che ridevano.
Dopo essersi sfogata Betta riprese: 'Anche per lui?'
'Non so, non credo, dubito. Ha la febbre alta.”
'Quindi il porridge era per Romeo?' chiese Betta e quando lei rispose con il pollice alzato ci fu un nuovo stormo di faccine ridanciane
'Sei di grande aiuto.' ribatté Olivia.
“Scusami, ma l'idea di te innamorata a prima vista...quest'uomo deve essere un portento.
Fagli una foto, voglio vederlo.” continuò la cugina.
“Scordatelo.” rispose lei e buttò il telefono in borsa.
Trovò un tovagliolo di stoffa e andò in camera, Artù, che si era disteso vicino al suo padrone, come la vide tirò su il muso: “Tu hai già mangiato.” disse Olivia e mentre il cane borbottava porse il piatto a Michele che, nonostante sembrasse sonnolento, cominciò subito a mangiare di gusto.
“Vado a prendere l'acqua:” disse Olivia alzandosi, quando tornò vide che Michele aveva posato la scodella vuota sul tavolino.
Era di nuovo arrossato e con gli occhi lucidi.
Olivia mise il bicchiere d'acqua vicino al piatto e dopo una breve esitazione gli sentì la fronte, la febbre era salita di nuovo.
Andò a prendere la seconda confezione di ghiaccio istantaneo, intanto Michele si alzò per andare in bagno e lavare i denti.
Quando si rimise a letto Artù gli posò il muso sulle gambe e lei il ghiaccio sulla testa.
“Domani compro una borsa del ghiaccio.” disse.
Michele soffiò il naso, borbottando che il farmaco aveva a malapena attenuato i sintomi e aggiunse: “Il mio portafogli è in sala, sul tavolo o in uno scaffale della libreria.”
“E' solo una borsa del ghiaccio.” commentò Olivia.
Lui la scrutò di nuovo: “Prima rifiuti il compenso per Artù, adesso i soldi per la borsa del ghiaccio, hai fatto voto di lavorare gratis o è il mio denaro che non ti piace?” chiese semiserio.
Olivia sorrise: “Te l'ho detto, la tua vicina in pratica mi paga per fissare il muro perciò portare a passeggio Artù è un diversivo.”
Nel sentirsi nominare per la seconda volta Artù mugolò.
“E per quanto riguarda la borsa del ghiaccio se proprio ci tieni ti do lo scontrino.” continuò lei.
“E anche per questo.” disse Michele indicando il ghiaccio istantaneo: “E per le ore in più che stai facendo.”
Olivia roteò gli occhi: “Possiamo occuparcene quando starai meglio? Adesso devi riposare.”
Lui annuì: “D'accordo.” sospirò.
“Cercherò di passare domattina, prima del mio altro..incarico.” disse Olivia, tanto il suo turno al bar cominciava alle undici.
“Domattina passa il mio amico a prendere Artù.” le ricordò Michele: “Mi secca darti tutto questo daffare.”
Cioè avrebbe dovuto aspettare fino al pomeriggio del giorno seguente per rivederlo? In più combinato in quel modo? Non se ne parlava.
“Nessun daffare. E a meno che non ti dia noia vorrei controllare come stai.” rispose, poi vide che il suo finto volantino era sotto il piatto del porridge e lo prese: “E se hai bisogno di qualunque cosa il numero è questo, probabilmente scatterà la segreteria perché c'è sempre caos, ma richiamiamo subito dopo.”
“Perché dovrebbe darmi noia?” domandò lui.
“Cosa?”
“Hai iniziato la frase con 'a meno che non ti dia noia' .“ spiegò Michele: “Perché dovrebbe darmi noia?”
Olivia alzò le spalle: “Magari sono invadente e non me ne rendo conto.” disse con lieve apprensione.
Lui sorrise: “La febbre è fastidiosa però sono abbastanza lucido da apprezzare le attenzioni che una donna attraente ha per me e per il mio cane.”
Artù diede il suo assenso.
Sollevata e anche un po' felice Olivia annuì: “Allora ci vediamo domani.” disse.
Michele le prese la mano e la strinse leggermente comunicandole un calore estraneo alla febbre, o almeno questa fu la sensazione di Olivia
Chissà se aveva intuito il suo stato.
“Tieni pure le chiavi che ti ho dato prima.” le disse.
Bene, così avrebbe potuto entrare e uscire liberamente, senza fingere di essere un corriere.
Adesso aveva finito le scuse per restare, e a malincuore si congedò.
“Ma come non gli hai fatto neanche una foto.” si lamentò Betta.
Olivia era scesa al bar alle nove e mezza e stava prendendo un caffè con sua cugina prima di portare a Michele la colazione e la borsa del ghiaccio.
“Non hai detto niente ai pappagallini, vero?” domandò indicando gli altri due cugini dietro al bancone, al solito stavano discutendo, stavano sempre insieme sempre bisticciando. Erano inseparabili, perciò loro due avevano preso a chiamarli 'pappagallini'.
“Figurati, per chi mi hai preso.” rispose Betta.
Olivia tirò un sospiro di sollievo, se avessero saputo della sua debacle l'avrebbero presa in giro per il resto della vita, e oltre.
Betta sbuffò: “Dammi un po' di credito.” aggiunse e poi: “Almeno si può vedere la sua foto di profilo di whattsup.”
“Non ho il suo numero.” ammise, se n'era accorta la sera prima, quando le era venuta una mezza intenzione di mandargli un messaggio.
“E il cognome? Almeno posso sbirciare sui social.” disse Betta.
Olivia scosse la testa e si passò le dita sugli occhi.
“Accipicchia, questo tizio ti ha completamente rimbambita.” commentò la cugina bevendo un sorso di spremuta: “Ma è una buona cosa, mi ero convinta che fossi senza speranza, ed ecco che ti prendi un colpo di fulmine.”
Così, come fosse una malattia.
“E' talmente assurdo, continuo a pensare a lui.” borbottò Olivia: “Come se avessi quindici anni e mi fossi presa una cotta per il bello della scuola.”
“Nelle faccende amorose si hanno sempre quindici anni.” dichiarò Betta.
“E se poi magari è uno stronzo, o la persona più noiosa del mondo?” continuò Olivia.
“Dubito che avresti avuto il colpo di fulmine, abbi fede nel tuo intuito.” replicò la cugina, si alzò per andare a prendere un'altra spremuta e tornò con un croissant: “E così lui pensa che tu sia la house sitter di Linda.”
Olivia annuì: “Si conoscono solo di vista.” disse.
“E come pensi di gestire la cosa?” domandò Betta:” Perché quando sarà guarito non gli servirà più un'infermiera dogsitter, e in ogni caso dovrai sparire prima che torni Linda o la tua copertura cadrà.”
Olivia sospirò: La copertura!, Betta doveva smetterla di guardare soltanto polizieschi, davvero.
“Non ci ho ancora pensato.” disse: “E' successo tutto troppo velocemente.”
“Beh Liv, qualunque cosa desideri devi farla succedere in fretta.” la esortò Betta: “E se succede devi anche mantenere un angolino pronto per la verità.”
“Intanto bisogna vedere se l'interesse è reciproco.” ribatté Olivia alzandosi e infilando il cappotto, fece cenno ai pappagallini che prepararono la colazione da portar via.
“E cerca di fargli una foto oggi.” la sollecitò Betta accompagnandola alla porta.
Il bar era vicino al palazzo dove viveva Linda, che l'avevo scelto per fare colazione e che vi pranzava sia quando andava in ufficio, che era equidistante, sia quando faceva smartworking, perché per lei cucinare era una perdita di tempo.
E la vicinanza consentì ad Oliviadi portare a Michele la colazione ancora calda.
Artù la accolse con entusiasmo, Liv posò il sacchetto sul tavolo e ricambiò il saluto del cane, quindi cercò e trovò un vassoio vi posò sopra brioche e caffè cappuccino e spremuta, che aveva versato in una tazza, e, preceduta da Artù, andò in camera.
Si fermò sulla soglia, però, perché le persiane chiuse filtravano poche lame di luce lattiginosa e nella penombra era difficile capire se Michele stesse dormendo.
“Sento profumo di caffè.” disse lui dissipando i suoi dubbi.
Olivia sorrise: “Ho portato la colazione.” lo informò.
Sentiva il cuore batterle in gola, era una situazione tremenda, era così agitata che temeva che lieve tremore che aveva alle mani passasse al vassoio, attirando la sua attenzione.
Michele si strofinò le palpebre e si girò verso di lei: “Dì, sei sicura di non essere uscita da una lampada o da una bottiglia decorata?” chiese.
“Abbastanza.” rispose inspirando profondamente: “Posso aprire le persiane?”
“Certo.” rispose lui mettendosi seduto.
Liv posò il vassoio sul comodino e aprì le persiane avendo l'accortezza di tirare le tende per attenuare la luce.
“Artù è appena salito, perciò sarà tranquillo fino al tuo ritorno.”
Artù aggiunse un commento personale e saltò sul letto.
“Si, ricordavo che sarebbe passato il tuo amico a prenderlo, sono passata a vedere come stai.Come va la febbre?” domandò Olivia.
“Meglio, rispetto a ieri ho la testa più leggera.” rispose lui: “Caffè e cappuccino?” disse divertito.
“Non conoscevo la preferenza e nel dubbio ho portato entrambi.” spiegò lei, e si ricordò che aveva visto della frutta in cucina.
E bisogna mangiare la frutta quando si sta male, no? E anche la verdura.
Doveva consultarsi di nuovo con Betta, perché non era abituata ad occuparsi di qualcuno e non era abituata ad essere innamorata e le due cose rischiavano di incastrarsi male per la sua mancanza di pratica.
Inoltre se si sforzava di guardare la situazione dall'esterno le sembrava assurda, ma era attratta da lui come una calamita dallo sportello di un frigo.
Faticava a ragionare, sapeva solo che voleva passare con lui più tempo possibile e decise che l'indomani avrebbe dato buca al bar.
Lavò la mela la mise in un piattino e la portò al malato che la accolse con uno sguardo perplesso: “Tutto bene?” le chiese.
“Si perché?” domandò lei posando la mela sul vassoio e sedendo sul bordo del letto.
Era un letto ampio.
“Sei uscita all'improvviso.”
Tutto bene?, no.
Si era presa un colpo di fulmine.
“E' che mi sono ricordata la frutta.” rispose lei, e dato che la sua espressione restava perplessa aggiunse: “E' la prima volta che faccio la man-sitter.”
Michele scoppiò a ridere: “Puoi stare tranquilla, quello che va bene per Artù va bene anche per me.” dichiarò.
Si, pensò Liv guardando la sua bella faccia sciupata dal raffreddore, si era presa una grossa sbandata e si domandò come fosse possibile prendersi una sbandata per uno sconosciuto. Eppure.
“E poi non devi sentirti obbligata a..” riprese lui e Olivia si affrettò a interromperlo: “Lo so, ma questo mese c'è la promozione due per uno.”
“Ah davvero? E cos'ha di speciale questo mese?” chiese lui prendendo la mela.
“Ma come? Dicembre è il mese più speciale dell'anno, è il mese di Natale.” replicò Liv, stupita dal dover puntualizzare una cosa che, per lei, era ovvia.
Era Natale. O quasi.
Michele la guardava divertito, ma nei suoi occhi c'era anche qualcos'altro, tenerezza forse.
O febbre.
“Hai uno strano modo di trattare i tuoi affari. Ma sarei matto a lamentarmi.” disse: “Quando finisce il tuo incarico con la mia vicina?”
Liv scrollò le spalle: “Una settimana, dieci giorni, dipende da come va il suo viaggio di lavoro.” mentì: “Mi informa ogni due giorni.” concluse alzandosi: “Devo andare, ci vediamo alle tre e mezza.”
Lui annui e sorrise: “Mi troverai qui a far niente.” replicò.
Olivia strinse il pugno per resistere alla tentazione di accarezzargli il viso, e come ultimo atto prima di andarsene riempì la borsa del ghiaccio e gliela porto insieme ad un bottiglia d'acqua, ma lui si era addormentato.
Per essere grande e grosso l'influenza l'aveva abbattuto.
O forse era proprio per quello.
Nell'appartamento di Linda aveva preso tutto quello che aveva potuto prendere senza destare attenzione.
Il cappotto color prugna era tornato al suo posto, e Liv aveva racimolato altro contante frugando nelle tasche di altri tre cappotti e due trench e un piumino, lì aveva finito, ma aveva trattenuto le chiavi nel caso avesse dovuto fare dentro e fuori per mantenere le apparenze da house sitter.
Intanto i pappagallini avevano finito col notare la sua testa tra le nuvole e avevano cominciato a prenderla in giro.
“Allora sputa, cosa ti succede?” le chiese Mattia passata l'ora di punta.
“Cosa mi succede?” rimandò lei con aria innocente.
“Su Olive puoi dircelo.” intervenne Sergio: “Abbiamo torchiato Betta e finora ha resistito,
ma tu sai che il suo silenzio dura poco.”
“Ignorali.” gridò Betta, era trincerata dietro la cassa a contare i soldi: “E voi due piantatela subito.”
Mattia alzò le mani in segno di resa: “Ok, ma è triste avere segreti in famiglia.”
“Oh per favore, ti ricordi che da piccoli ti chiamavamo il Megafono perché blateravi in continuazione?” sbottò Olivia: “E comunque domani non ci sono, ho già chiamato Lin, coprirà lei il mio turno.” aggiunse.
I pappagallini sorrisero: “Ah questo conferma la nostra teoria.” dissero all'unisono.
Era raro che Liv si assentasse dal lavoro.
“E quale sarebbe la vostra teoria?” domandò, curiosa.
Chissà cosa si credevano di aver capito.
“Che ci stai nascondendo un segreto.” rispose Sergio.
“Oddio stiamo entrando in loop.” bofonchiò Betta.
“Dai dicci cos'è. Starò attento io che il Megafono tenga la bocca chiusa.” continuò Sergio.
Olivia ridacchiò: “Giurò che quando ci sarà qualcosa di rilevante sarete ii primi a saperlo.” dichiarò slacciando il grembiule: “Se mentre mi cambio mi preparate l'asporto mi fate un piacere.”
“Ci penso io.” disse Betta.
Olivia andò nel retro e salì al piano superiore, nell'appartamento in cui viveva e che era stato incluso nel prezzo d' acquisto del bar.
Era un bilocale con ampie stanze, e ampie finestre che davano sulla strada su cui si affacciava il bar, salvo quella del bagno che dava su una vietta laterale da cui si poteva vedere il magazzino della libreria di fianco.
Cominciò a spogliarsi in sala e arrivò in camera in biancheria e calzettoni.
Pescò dall'armadio un paio di jeans svasati, una maglia blu costellata di pois verde prato e uno dei suoi souvenir preferiti: un lungo cardigan rosso tagliato a giacca.
Aggiustò il trucco, spazzolò i capelli, calzò un paio di stringate blu e infine indossò il suo cappotto azzurro.
Con le chiavi del portone legalmente detenute era venuto meno il bisogno di camuffarsi;
a chiunque fosse venuto in mente di fermarla avrebbe risposto che era la dog sitter dell'inquilino del quarto piano.
Aprì la porta facendo meno rumore possibile, perché se Michele dormiva voleva evitare di svegliarlo, ma lo trovò seduto sul divano con il portatile sulle gambe e piedi appoggiati al tavolino.
Artù era sdraiato al suo fianco e manifestò la propria felicità nel vederla scodinzolando forsennatamente, ma restando dov'era.
“Bentornata.” la salutò Michele con un sorriso.
Olivia posò le borse sul tavolo: “Grazie.” rispose togliendo il cappotto: “Vedo che stai meglio.”
Avrebbe dovuto esserne felice, e invece no, la sua guarigione avrebbe accorciato i tempi
“In realtà sto approfittando di questo momento di chiarezza mentale per controllare la posta.” replicò lui e Liv notò che aveva ancora gli occhi lucidi.
“La febbre com'è?” chiese.
“Trentasette e qualcosa un'oretta fa.”
“Se ti affatichi risalirà.” osservò lei.
Oddio, doveva darsi una regolata, in fondo erano soltanto due conoscenti, anche se lei lo amava.
Che casino.
“So che è pomeriggio inoltrato, ma se hai fame qui c'è un po' di roast beef con patate e fagiolini.” disse.
E mentre era per strada aveva scoperto Betta le aveva infilato in borsa un thermos con la dicitura 'brodo di pollo'.,
“Volentieri, sono a digiuno da stamattina.” rispose Michele chiudendo il laptop.
Si girò per prendere piatto e bicchiere e lo sentì muoversi alle sue spalle.
“Devo dare i croccantini ad Artù?” domandò Olivia, e vide che la sua ciotola conteneva solo qualche avanzo.
“Bei contenitori.” commentò Michele che aveva estratto il pranzo dal sacchetto di carta.
Con orrore Liv vide che sua cugina aveva disegnato una serie di labbra scarlatte sui recipienti di polistirolo e mentre una vampata di calore la attraversava, vampata che sperò non si traducesse in un effettivo rossore, si annotò di uccidere Betta alla prima occasione.
“Mia cugina crede di veicolare il suo messaggio di peace and love in questo modo.” improvvisò Liv.
“Beh allora dovrebbe mettere anche il simbolo della pace, o rischia di venire travisata.” disse lui divertito: “Per esempio avrei potuto pensare che fossero baci diretti a me.” la stuzzicò versando il contenuto in un piatto, e per una frazione di secondo lei fu tentata di confessare che sì lo erano.
Si fissarono per qualche istante e Liv stava considerando di esporsi quando Artù interloquì con uno dei suoi vocalizzi e si piantò davanti alla porta
Olivia si riscosse e prese il cappotto, ma Michele la fermò: “Può aspettare ancora qualche minuto. Mi piacerebbe mi facessi compagnia mentre mangio.”
“Oh, va bene.” disse Liv abbandonando il cappotto sullo schienale di una sedia e accomodandosi di fronte a lui:”Vuoi che li riscaldi un po'?” chiese, dopotutto era una sua dipendente no? O una specie, almeno per quanto lo riguardava.
“No, sono ancora caldi.” rispose Michele: “Se posso chiedere, vorrei sapere qual è il tuo incarico mattutino, sono curioso.” disse.
“Tre gatti.” replicò lei: “Sergio Mattia e Betta.”
“Matisse Minou e Bizet sono passati di moda?” chiese lui divertito.
“Sono tutto fuorché aristogatti.” commentò Olivia giocando con uno dei tovagliolini di carta del bar: “Si azzuffano e abbuffano in continuazione.”
“Ti chiamano più spesso come pet sitter o house sitter?” continuò Michele e lei optò per una versione della verità: “Per le case?” disse.
“E dicembre è un mese impegnativo?” domandò lui, intanto mangiava di gusto.
Quando si rese conto che lo stava contemplando Olivia distolse lo sguardo.
“Verso la fine, tanti si spostano per Natale e Capodanno.” rispose, infatti loro avrebbero potuto tranquillamente chiudere dal ventiquattro dicembre al sette gennaio, non lo facevano perché c'erano turisti che amavano il lago d'inverno e la città era splendidamente decorata, ma bastavano in due a mandare avanti il bar, perciò si alternavano.
E a quel giro toccavano a lei e Sergio le vacanze dalla vigilia al due gennaio.
“E quindi la speciale promozione..” riprese Michele; ecco dove voleva arrivare, doveva essergli sembrata strana.
“Di solito applico la promozione quando devo curare appartamenti in cui non c'è neppure una pianta da annaffiare.” spiegò: “Sono incarichi che lasciano un sacco di tempo libero.”
Michele si alzò e mise il piatto nel lavabo, poi preparò la caffettiera.
“Domani non devo andare dai gatti.” disse Liv seguendo i suoi movimenti.
Si muoveva in maniera fluida per un uomo della sua stazza, e febbricitante.
Lui mise la caffettiera sul fuoco e poi si girò appoggiandosi al lavabo: “Perciò potresti passare a prendere Artù domattina?”
Olivia annuì: “Certo.” rispose.
“E' una fortuna perché domani il mio amico è impegnato.” disse lui e questo le sembrò un buon segno.
“A che ora fa la prima uscita Artù?” domandò.
“Alle otto.”
Alle otto. Sic.
Significava alzarsi alle sette e Liv odiava alzarsi presto, lo associava a cose negative.
Ma qui era diverso.
Michele le chiese come preferisse il caffè e si girò per prendere le tazze, e Liv si domandò per l'ennesima volta cosa avesse fatto scattare il colpo di fulmine, perché, insomma, era intollerabile.
Ignorava tutto di lui, eppure era disposta a fare una cosa che detestava, come alzarsi presto, e per cui sarebbe stata sbertucciata per settimane.
Se andava bene.
Michele le porse la tazza di caffè e sedette: “Dobbiamo parlare di affari.” annunciò: “Non voglio approfittare della situazione, qual è la tua tariffa di dog sitter?”
“Otto euro l'ora.” rispose Liv, inutile sparare troppo basso era facile verificare le tariffe medie su internet., e infatti.
“Economico, ho letto che in genere la tariffa è dai dodici ai quindici euro.” disse lui.
“Ma c'è la promozione.” ribatté Olivia, lieta che ogni tanto il suo cervello funzionasse bene sotto pressione.
“Ok, ma ti ricordo che stai facendo anche la man sitter.” ribadì Michele con un sorrisetto: “Preferisci essere pagata in anticipo o..”
“Per favore.” lo interruppe lei: “Portare a passeggio Artù e ..chiacchierare con te interrompe un po' la monotonia del mio attuale incarico pomeridiano.”
Michele la scrutò per qualche istante: “D'accordo, ne parliamo quando sarò guarito.” disse appoggiandosi allo schienale della sedia.
Liv finì il caffè e si alzò, temeva che tutto quel parlare di soldi potesse spingerla a dire qualcosa di stupido o imprudente, indossò sciarpa e cappotto e prese il guinzaglio.
Artù, che era rimasto seduto davanti alla porta con aria scocciata, scattò in piedi.
Come la volta precedente Olivia si lasciò condurre dal cane e intanto rimuginava: presto Michele sarebbe guarito e Linda sarebbe tornata e lei sarebbe stata costretta a sparire, e a tenere spento il telefono di servizio,
perché se pure Linda non si fosse accorta dell'intrusione c'era sempre la possibilità che i due s'incontrassero sul pianerottolo, e che Michele le dicesse che aveva conosciuto la sua house sitter e allora avrebbe scoperto la verità e poi magari avrebbero cercato di rintracciarla a quel numero.
Non avrebbe dovuto dagli il volantino, ecco cosa succedeva quando si avevano colpi di fulmine.
Incurante del freddo Artù scese le scale di pietra che portavano sulla riva del lago, felice di poter camminare vicino all'acqua se non addirittura dentro, ma dopotutto in lui vi era una larga porzione di husky, giocarono con dei legni fino a che raggiunsero le scale per risalire, e Artù corse in uno dei tanti spiazzi verdi per liberarsi.
Liv raccolse la sua produzione in un sacchetto e mentre la buttava Artù saltò su una panchina; l'aveva fatto anche il giorno precedente e lei aveva in mente di chiedere a Michele se fosse un'abitudine o un vezzo che aveva preso con lei.
Sedette vicino al cane e gli accarezzò il muso: “Tra poco sarà Natale.” disse, e Artù espresse il proprio consenso con una delle sue rauche vocali.
“Ho giusto qui un libro che ho pescato da uno dei vostri scaffali.” continuò lei: “S'intitola 'Guida alla scelta dei regali di Natale'.” lo sfogliò saltando la prefazione dell'editore e arrivò all'inizio: “In realtà non è una guida, ma una storia a fumetti.” spiegò al cane che la guardava con il capo inclinato: “Io non amo tanto i fumetti, ma questa serie è bellissima.”
Artù sembrava approvare.
“Vedi.” disse lei indicando una vignetta: “Il protagonista ha anche un cane, che si chiama Zorro.”
Artù espresse il suo dissenso sul cane o sul nome.
“Già, e poi Zorro vuol dire volpe in spagnolo, forse allora aveva più senso perro.” suggerì Liv.
Artù diede una musata alla pagina.
“Ho capito, vuoi arrivare subito al dunque: allora il protagonista va in un centro commerciale per cercare i regali e succede qualcosa per cui si ritrova nel centro commerciale di un universo parallelo insieme al suo cane.”
Artù diede voce alla sua perplessità e Olivia scoppiò a ridere: “Ti assicuro che è una storia molto bella, coinvolgente. E cane e padrone hanno un rapporto di vera amicizia.”
Artù le leccò una guancia e saltò giù dalla panchina, era pronto per la sua tazza di panna al bar, e dopo aver salutato festosamente i tre cugini di Liv volle tornare a casa.
Michele si era assopito sul divano, Olivia tentò di frenare Artù, o almeno di arginare la sua irruenza, ma senza successo.
Artù saltò sul divano scavalcando il bracciolo, baciò il suo padrone sul viso e poi si sdraiò al suo fianco, il tutto mugolando come se stesse riportando dei fatti, l'intonazione era quella.
“Mi spiace non sono riuscita a frenarlo.” disse mentre Michele lo accarezzava, per niente seccato.
“Dal giorno in cui l'ho preso ho perso la giurisdizione su qualunque complemento d'arredo.” replicò l'uomo: “Fox, il suo predecessore, invece era un damerino, si muoveva solo su invito.”
“Era anche lui un meticcio?” chiese Liv, domandandosi cosa potesse fare ora per trattenersi un po' di più, perché in teoria i suoi compiti ufficiali erano terminati fino all'uscita serale.
Suppose che sarebbe stato logico agli occhi di Michele se fosse andata a controllare la casa di Linda, ma insomma, lei voleva stare in sua compagnia.
“Il tuo programma per il resto del pomeriggio è fare la house sitter?” chiese lui quasi le avesse letto il pensiero.
“Faccio un controllo veloce.” rispose Olivia.
“Perché avrei una mezza idea di fare l'albero.” continuò lui.
Spiazzata Liv si guardò intorno, non vi era traccia di alberi.
“E' nello studio insieme ad altri scatoloni da aprire.” spiegò Michele indicando una porta chiusa: “Li ho lasciati lì perché in primavera cercherò un altro posto dove vivere, pensavo anche di lasciar perdere l'albero ma in questi giorni ho deciso di farlo.”
“Oh.” fu l'unica suono che Olivia riuscì ad emettere, per pochi secondi era stata felice all'idea dell'albero, ed ecco che lui voleva andarsene.
E dove?
Sempre nei paraggi o voleva cambiare città?
“Le scatole con
albero e decorazioni sono finite davanti a alle altre e così ho
pensato che tanto valesse farlo.” aggiunse Michele: “Se ti va di
aiutarmi.”
Liv si riscosse, era un invito: “Certo, decoratrice di alberi di Natale fa parte delle mie mansioni di house sitter.” dichiarò seria
“Scherzi?” domandò lui perplesso.
“Affatto, la gente è pigra.” rispose Olivia.
In realtà le volte che era andata per souvenir a dicembre, se l'albero era già stato addobbato, prendeva le decorazioni che preferiva; aveva ancora un fiocco di neve di cristallo che era miracolosamente riuscita a tenere intatto.
“La mia vicina ti ha incaricata di fare l'albero?” chiese Michele.
“No, e in quella casa non sopravviverebbe neppure un abete finto.” commentò Liv soprappensiero, accorgendosi di aver dato voce ad un pensiero strisciante .
Michele sogghignò, lei prese le chiavi di Linda dalla borsa: “Ci vediamo tra poco.” disse, ed uscì.
Se ricordava bene Linda sarebbe stata via ancora per cinque o sei giorni, e lei, per sicurezza, sarebbe dovuta sparire un paio di giorni prima della data presunta.
E nei pochi giorni rimasti Olivia doveva capire se Michele avesse anche un minimo interesse per lei, e se valesse la pena ricontattarlo.
E come.
Entrò nell'appartamento della sua ignara ospite e andò dritta nella cabina armadio; voleva trovare un capo per l'indomani, qualcosa che, avendo i soldi, avrebbe potuto scegliere lei.
Trovò una blusa rossa, di lana, scampanata con il collo a barchetta che sui jeans sarebbe stata benissimo.
L'appallottolò e la buttò in borsa, se doveva passare per sua aveva senso che fosse stropicciata.
Ispezionò la cabina per altri dieci minuti e su uno scaffale in alto, apparentemente dimenticata, giaceva un' elegante vestaglia con raffigurazioni di uccelli tropicali che finì nella borsa insieme alla blusa.
Quando tornò da Michele vide che aveva recuperato l'albero e ne stava distendendo i rami.
“Nella scatola rossa ci sono le decorazioni.” disse: “Ma prima bisogna lasciarlo respirare.” aggiunse facendole cenno di accomodarsi.
Liv sedette sul bracciolo del divano e guardò l'albero con una sensazione simile al panico.
Inspirò profondamente e chiese: “Hai già un'idea di dove andare?”
Michele le lanciò un'occhiata interrogativa.
“Prima hai detto che pensavi di trasferirti.” spiegò lei.
“Ah si, la vita da appartamento non fa per me, ne per lui.” rispose indicando il cane: “Questo appartiene alla mia famiglia ma è un appoggio temporaneo, la mia intenzione è di prendere una casa con giardino.”
Artù vociò la sua approvazione.
Olivia avrebbe voluto sapere come mai aveva avuto bisogno di un alloggio temporaneo, e se la casa intendeva cercarla in città o fuori, ma non si sentiva nella posizione di fare domande.
Michele terminò di aprire i rami e sedette sul divano appoggiandosi allo schienale: “Puoi raccontarmi qualche avventura da house sitter. O esistono clausole di riservatezza?” domandò
Liv scosse la testa, aveva un sacco di aneddoti su ciò che aveva trovato nelle case dei loro 'ospiti' e il primo che le venne in mente riguardava un acquario
“Questo
tizio era partito da quattro giorni e sarebbe stato via per una
settimana, e tra le varie raccomandazioni si era scordato di dirmi
che in camera teneva un acquario di pesci tropicali.” esordì e
continuò: “ Così quando ho iniziato e l'ho scoperto i pesci erano
messi male.”
E lei e Sergio avevano cercato un rimedio si
internet e gli avevano cambiato cibo e acqua.
Ignoravano se fossero stati volutamente abbandonati, ma se ne erano presi cura fino al ritorno del padrone di casa che nel frattempo avevano alleggerito facendosi pochi scrupoli.
Quando il tizio era rientrato e si era fatto vivo al bar Sergio, per avere notizie dei pesci, gli aveva attaccato bottone e aveva abilmente portato la conversazione sull'argomento acquari, e il tizio gli aveva raccontato che ne possedeva uno a cui si era rotto il meccanismo di ricambio dell'acqua e per l'erogazione del cibo e che, miracolosamente, i pesci erano sopravvissuti.
“Beh spero vi abbia ricompensato per il servizio.” commentò Michele che aveva ascoltato una versione ritoccata.
“Si, è stato generoso.” rispose Liv.
“Va avanti.” la esortò lui.
“Un'altra volta una tizia aveva messo il detersivo per i piatti nella lavastoviglie e la cucina si era riempita di schiuma.” riprese Olivia.
E lei e Betta, che aveva voluto prendere il posto di Sergio, avevano giocato con la schiuma per un po' prima di scegliere qualche souvenir, nella speranza che la donna avesse lasciato a casa il fermacapelli con cristalli su cui Betta aveva messo gli occhi.
“E in questi casi applichi un sovrapprezzo?” chiese Michele.
“No, però mando subito la foto del disastro, e in genere ci arrivano da soli e ci lasciano..una mancia.” improvvisò Liv.
Era sempre stata capace di mentire con naturalezza, fin da piccola, e ora si chiese, quando aveva imparato? E da chi?
Michele la guardava con un sorriso che esprimeva simpatia e lei dovette dominare l'impulso di alzarsi e baciarlo.
“Per quanto tempo deve respirare un albero sintetico?” domandò per distrarsi dal pensiero.
“Secondo mio padre almeno una notte.” rispose lui.
“Anche mia madre è convinta che qualunque cosa estratta dal proprio imballaggio vada lasciata respirare.” disse Liv.
“Ne so qualcosa.” replicò Michele massaggiandosi le palpebre; aveva di nuovo gli occhi lucidi.
“E' meglio se vai a sdraiarti.” suggerì Olivia nonostante il timore di risultare invadente, dopotutto era solo la dog sitter.
“Si, credo anch'io.” concordò l'uomo alzandosi, aveva ancora un po' di febbre e aveva bisogno di riposare, infatti come mise la testa sul cuscino si addormentò.
Olivia ringraziò mentalmente Betta per il thermos col brodo di pollo, che posò sul tavolo e poi preparò Artù per l'ultima uscita: “Dai che finiamo il librò.” gli bisbigliò.
Quando risalirono Michele stava ancora dormendo, Liv si assicurò che il suo torace si alzasse e abbassasse regolarmente, riempì la ciotola di Artù e se ne andò.
“Cosa fai in piedi a quest'ora?” le domandò Betta quando la vide spuntare dal retro: “Sono le sette, del mattino.” specificò, in caso avesse sbagliato a mettere la sveglia.
Era esterrefatta al limite della comicità.
“Olive, sei caduta dal letto?” la prese in giro Sergio, intanto preparava caffè e cappuccino per tutti: “Adesso devi ammettere che gatta ci cova.”
Liv sbuffò: “Mi sono offerta di far fare al cane il primo giro.” disse, e sentendosi parlare sedette al tavolo più vicino, posando borsa e cappotto sulla sedia a fianco.
“Oddio, cosa mi sta succedendo:” mormorò coprendosi gli occhi con i palmi; si era pure alzata alle sei perché era smaniosa di rivederlo.
Betta sedette di fronte a lei e con delicatezza le scostò le mani dal viso.
“E' successo che il Mago di Oz ti ha dato un cuore, cuginetta mia, ma ci è voluto un sacco di tempo prima che cominciasse a ticchettare.” le disse, seria.
“I cuori non saranno mai pratici a meno che siano infrangibili.” citò Liv che sapeva il film a memoria: “E poi cosa vorresti dire?”
Betta sbuffò internamente: “Voglio dire che siamo cresciuti insieme noi quattro, e ognuno di noi si è preso una sbandata una volta o l'altra, tranne te.”
“Ma io ho frequentato uomini che mi piacevano.” protestò lei, pochi ma tant'è.
“Che ti piacevano, appunto, e per nessuno hai dimostrato il trasporto che provi per questo qui, dev'essere essere un portento, muoio dalla voglia di incontrarlo.”
“Chi?” domandò Sergio arrivando col vassoio con la colazione: “C'entra il cane che stai portando qui in questi giorni?”
“Ti spiace? Cose di donne:” lo liquidò Betta e lui si allontanò borbottando.
“Una volta guarito non avrà più bisogno di me.” disse Liv: “E non avrò altre scuse per vederlo.”
“E allora fatti avanti, cos'hai da perdere?” la esortò Betta.
“Lui pensa che io sia una house sitter e una dog sitter, gli ho anche dato il volantino.” sibilò Olivia esasperata.
“E allora?” Betta era sinceramente perplessa.
“Come allora? E' una bugia e non posso neppure spacciarla come attività occasionale perché se incrocia Linda e le racconta di aver conosciuto la sua house sitter e lei si è accorta che le manca qualcosa le sarà facile fare due più due e capire la verità.
E se gli chiedesse di descrivermi? Oppure potrebbero venire insieme qui al bar, o incontrarsi qui per caso.”
“Ma lui non è mai venuto finora:” obbiettò Betta.
“Perché si è appena trasferito. “ rispose Liv.
Non aveva neanche il cognome sul citofono, solo un numero, motivo per cui ancora lei lo ignorava; Betta non se ne capacitava.
Betta bevve un sorso del suo cappuccino: “Ok, c'è un problema, ma va risolto perché non puoi farlo uscire dalla tua vita, è stato lui a farti diventare una bambina vera. E' la tua fata turchina.” la stuzzicò Betta e lei all'idea di Michele vestito di veli azzurri ridacchiò.
Poi però roteò gli occhi: “Continui ad essere di grande aiuto.” disse.
Quello di diventare una bambina vera era uno scherzo che la seguiva sin dall'infanzia, per via dei suoi modi distaccati che, secondo loro, la facevano sembrare una piccola androide.
“Faccio quello che posso.” rispose Betta andando in cassa.
Liv si alzò infilò il cappotto e prese la borsa: “Quando torni, se torni, devi sistemare gli addobbi.” le gridò Mattia: “Manca il tuo tocco.”
Olivia si guardò intorno, forse mancava il suo tocco, i suoi cugini contavano molto su suo senso artistico, ma la verità era che lì dentro sembrava fosse esploso un negozio di decorazioni natalizie.
Quando aprì la porta dell'appartamento si trovò di fronte Michele vestito di tutto punto, con cappotto a quadri rossi e blu e sciarpa e cappello blu, da cui fuoriuscivano un paio di ciocche di capelli chiari.
Trattenne un sospiro, era davvero un bellissimo uomo.
Artù era guinzagliato e la guardava scodinzolante e pieno di aspettative, e lei dovette ricacciare le lacrime che, repentine, avevano risalito il suo dotto lacrimale.
Michele era guarito, era finita, non aveva più bisogno di lei.
Ma.
“Sono pronto.” dichiarò Michele, e vedendo che lei non reagiva aggiunse: “Voglio venire con voi e scoprire cosa rende Artù tanto euforico.”
Liv inspirò e deglutì il magone: “Forse dovresti stare un altro giorno a riposo.” suggerì.
Lui scosse la testa: “Ho bisogno di uscire e visto che quello che vale per Artù vale anche per me ho pensato che puoi portarci a spasso entrambi.”
Olivia sorrise, l'idea era accattivante.
“E dobbiamo fare le stesse cose che fai quando sei sola con Artù.” precisò lui.
“Ok, allora devo prendere un nuovo libro perché questo l'abbiamo finito.” rispose Liv, estrasse il libro dalla borsa e lo ripose nella libreria pescandone un altro: 'Come dipingere una staccionata'.
“Anche questo ti piacerà Artù, è la storia di una vernice magica.” spiegò e il cane rispose con un mugolio.
“Conosci la storia.” osservò Michele compiaciuto.
“Oh si, questo è uno dei miei preferiti, in genere i fumetti mi mandano in confusione ma questi sono mini romanzi, li ho letti quasi tutti e ne ho regalati un sacco.” rispose Liv: “Anche tu li hai quasi tutti.” aggiunse
Michele aprì la bocca e la richiuse limitandosi ad annuire.
“Sei sicuro che sia una buona idea uscire subito.” chiese Olivia una volta in ascensore.
“Si, devo prendere un po' d'aria.” replicò lui.
“Aria fredda.” commentò Liv, sebbene, nell'abitacolo dell'ascensore le sembrasse di andare a fuoco, la vicinanza fisica la stava mettendo alla prova; strinse i pugni imprecando mentalmente contro la lentezza di quello stupido ascensore.
Forse Betta aveva ragione, forse doveva farsi avanti e basta, se solo non avesse avuto la sensazione che fosse il momento sbagliato.
L'aria era fredda e pungente e Michele se ne riempì i polmoni: “Allora qual è la prima tappa?” domandò.
“Il lungolago .” rispose Olivia e sentendo le parole magiche Artù le diede uno strattone e cominciò a tirare e Michele lo riportò all'ordine con pacata autorità.
“La città è completamente addobbata:” osservò Michele, tutti gli alberi del viale erano avvolti nelle lucine.
“Fino all'ultimo angolo.” disse Liv: “Spero tanto che nevichi.” aggiunse: “A Natale dovrebbe essere obbligatorio.”
Michele ridacchiò: “Sei una degli unici tre adulti che conosco che speri che a Natale nevichi.” la informò.
“Ah, e chi sono gli altri due?” chiese lei, pur temendo che potesse saltar fuori una fidanzata.
“Artù ed io.” rispose lui con un sorriso; Olivia ricambiò e constatò che, per la prima volta in vita sua, non era in grado di fare conversazione, arte in cui era abile, in fondo bastava scoprire un argomento cui la controparte fosse interessata, o coinvolta e fare domande pertinenti, ma il colpo di fulmine aveva mandato in corto circuito le sue funzioni.
Se doveva essere sincera con se stessa, doveva ammettere che l'unica cosa che desiderava in quel momento era tornare a casa di Michele, o anche sua, e portarlo a letto.
Così, senza conoscere il suo cognome, o che lavoro facesse, e se anche fosse stato impegnato, beh nel suo attuale stato di obnubilamento non le importava.
Era riprovevole ma non le importava.
Sul lungolago sganciò il guinzaglio e Artù scatto verso l'acqua, corse per un po' avanti e indietro sollevando piccoli spruzzi e infine si piazzò davanti a lei che aveva raccolto dei sassi piatti e levigati.
Ne tirò uno a mo' di freesbe e Artù scattò all'inseguimento.
“Devo lanciarli anche a te?” chiese a Michele: “Ho anche dei legni nascosti sotto i gradini.”
Lui rise: “Magari la prossima volta.
Lanciarono sassi e legni fino a che Artù decise che ne aveva abbastanza e andò ad informarli che era l'ora del libro, e per sollecitarli tirò ad entrambi, a turno, un lembo del cappotto.
“Eri seria quando hai detto che era lui a portare in giro te.” commentò Michele mentre seguivano Artù su per i gradini fino ad una delle aiuole con panchine, il cane ne occupò subito una, Liv sedette e Michele accanto a lei.
Olivia prese il libro, lo aprì e Artù tentò di infilare il muso tra le pagine; quando lei spostò il volume lui si lamentò: “Non posso leggere con il tuo naso davanti.” lo riprese.
“Quindi anche il libro era per lui.” disse Michele.
“Beh certo, tu non hai bisogno di me per leggere.” replicò Liv e aggiunse: “Credo gli piaccia l'intonazione e ogni tanto vuole guardare dentro come se stesse sbirciando in una scatola.”
Liv lesse le prime due pagine dove il protagonista comprava un barattolo di vernice in un negozio privo di insegna e mentre la usava ne scopriva le proprietà magiche, che modificavano l'oggetto dipinto a seconda dello stato d'animo del pittore, nelle tavole seguenti una semplice staccionata in legno si trasformava in un cancello con gli spuntoni.”
“Mi chiedo dove trovi le idee l'autore.” disse Liv mentre Artù annusava le pagine: “Probabilmente si fa di allucinogeni.”
Michele arricciò il naso e dopo un breve silenzio rispose: “Sin da piccolo se qualcosa colpisce la mia immaginazione posso concentrarmi al punto da vivere le situazioni che invento, senza l'ausilio di ausili esterni, ma in questo caso l'ho sognato.”
Inteso il significato delle sue parole Liv lo guardò sbalordita: “Questo è opera tua?” chiese.
“Scritto e illustrato.” assentì lui, glielo tolse di mano con dolcezza e le mostrò la quarta di copertina, in un piccolo riquadro in alto a sinistra vi era un viso tracciato con poche linee ma facilmente riconoscibile e sotto nome e cognome, Michele Faurè.
Ad Olivia occorsero una manciata di secondi per assorbire lo shock: “E anche gli altri?” chiese.
Michele annuì: “E sono molto felice che ti piacciano.” aggiunse.
Artù s'intromise sfiorando con il muso la mano di Liv.
“Ci lasci parlare per un paio di minuti?” lo riprese Michele, il cane borbottò ma si accucciò posando il capo sulla gamba di Olivia, che lo accarezzò.
“Mi sono sempre chiesta il perché di questi titoli.” disse.
“I
miei genitori avevano, e hanno, una collezione di manuali e guide e
da bambino credevo racchiudessero delle storie con delle istruzioni
per viverle e quando ho scoperto che la realtà era banale ho deciso
di rimediare.”
“Il primo che ho letto è stato 'Come fare i
marshmallow in casa', mia cugina è fissata con i marshmallow, ho
trovato strano che la copertina fosse illustrata, invece di avere una
foto, e trovavo anche bizzarra l'illustrazione per un manuale sui
dolci, ed è stato quello ad attrarmi.” raccontò Olivia: “Poi
quando ho visto che era un fumetto sono rimasta delusa, però ho
cominciato a leggerlo e l'ho finito lì in libreria.”
Michele la guardava con un sorriso.
“Alla fine ne ho prese due copie, una per me e una per lei, e poco a poco li ho presi tutti.” concluse, e arrossì.
Quello sviluppo, per quanto la entusiasmasse, complicava ulteriormente le cose: un uomo con un'immaginazione così allenata probabilmente aveva già intuito qualcosa, gli mancava solo di fare mente locale.
“Il mio preferito è 'Come piegare le lenzuola'. ” dichiarò, voleva che lo sapesse.
“E' anche il mio.” replicò lui.
“Davvero?” di nuovo le salì quello strano nodo in gola.
“Certo, piegare le lenzuola con qualcuno è un gesto .. intimo e familiare, e ho pensato che se la persona con cui le si piega svanisce nel nulla, le lenzuola, che portano l'impronta di entrambi, posso aiutare nella ricerca.” spiegò Michele.
E nel fumetto le lenzuola si annodavano trasformandosi in una persona temporanea e aiutavano la protagonista nella ricerca, fino alla felice conclusione.
E appunto: “Mi piace che ci sia sempre il lieto fine.” disse Liv.
“Finali di altro genere li lascio alla realtà.” rispose lui.
Artù sollevò il capo e tenne un breve discorso, Olivia sapeva cosa voleva, e ignorarlo era inutile perché tanto li avrebbe trascinati in direzione del bar, e Michele avrebbe insistito nel farle seguire la loro solita routine.
“Adesso chiedo.” assicurò lei.
“Sono tutto orecchi.” disse Michele.
“E' troppo tardi per riprendere la lettura perché ormai è l'ora del bar.” riferì lei.
Michele inarcò un sopracciglio.
“E' un bar qui vicino, gli riempiono un bicchiere di panna. Lui la adora.” aggiunse Liv.
Udendo la parola la panna Artù si mise in piedi sulla panchina, scodinzolando
“Te la sei spassata i questi giorni eh.” lo stuzzicò Michele, e il cane lo fissò con aria innocente.
E mentre loro due conversavano Liv inviò un rapido messaggio vocale alla cugina.
“Quindi finalmente vedrò questo portento d'uomo.” fu la replica immediata.
“Si e tieni a bada i pappagallini, vorrei evitare un' accusa di duplice omicidio.”
Betta le mandò un pollice alzato e una serie di faccine che ridevano.
Come previsto Artù cominciò a tirare Olivia, che era ancora in carica come dog sitter, verso il bar che aveva mantenuto l'aspetto esterno e l'insegna della drogheria di cui aveva preso il posto, insegna che recitava 'Spezie e inezie' .
“Strano nome per un bar.” commentò Michele e Liv si morse la lingua per frenare l'impulso di spiegargli perché avevano deciso di tenere quel nome.
L'interno era un incrocio tra la carrozza di un treno, idea di Mattia, e un museo, idea di Sergio, ed era anche il motivo per cui erano ricorsi ai souvenir per saldare i debiti.
Per fortuna quando entrarono la presenza di diversi avventori evitò che l'attenzione dei suoi tre cugini si puntasse simultaneamente su di loro, anche se furono notati quasi subito perché era impossibile che Michele passasse inosservato.
“Wow!” fu il labiale di Betta quando incrociò lo sguardo di Liv, che rispose con un sorrisetto mentre guidava Michele e Artù al suo tavolo preferito.
“E' strano che non mi sia mai accorto di questo posto. Eppure quando esco con Artù passo sempre di qua.” osservò Michele: “E' interessante.” continuò guardandosi intorno: “I collage alle pareti sono molto belli.”
Olivia
dovette mordersi la lingua, di nuovo.
Era frustrante dover tacere
sulle proprie opere , ma era felicissima che gli piacessero.
Poco dopo si presentò Mattia armato di penna e blocchetto: “Allora, per Artù il solito.” esordì accarezzando il cane che si era fatto avanti per salutarlo: “Voi cosa desiderate?”
Era più composto di quanto lo fosse normalmente con un qualsiasi cliente, vecchio o nuovo che fosse, segno che Betta li aveva strigliati per bene.
Ordinarono la colazione e stavolta Artù ricevette la sua panna in una ciotola invece che in una tazza, in modo che loro avessero le mani libere.
Da dietro il bancone Sergio strizzò l'occhio a Olivia che accennò un sorriso.
“Continuo a domandarmi come mi sia potuto sfuggire questo posto.” ribadì Michele addentando la sua brioche: “E' squisita.” disse poi.
Era squisita sì, avevano scelto il meglio delle marche in commercio.
“Beh l'insegna è fuorviante.” replicò Liv.
“Ma chi legge le insegne dei bar?” ribatté lui.
Artù che aveva finito la sua panna li guardò con aria eloquente e Michele gli allungò un pezzetto di brioche.
Stavolta toccò a Sergio avvicinarsi e soddisfare la propria curiosità, con la scusa di chiedere se volessero altro; Michele declinò e dopo aver domandato anche a Liv chiese: “Dove avete preso i collage? Conoscete l'artista?”
Preso alla sprovvista Sergio tentennò e Liv sgranò gli occhi.
“Una
volta la mese c'è un piccolo mercato sulla passeggiata.” rispose
Sergio: “Quadri e modernariato.”
Fu abbastanza pronto perché
buona parte dei memorabilia presenti nel bar li avevano presi lì.
“Lo conosco ma non ho mai notato i collage, sembra quasi che io non viva qui.” disse Michele.
“Beh, mi è parso di capire che l'artista ci metta un'estenuante lasso di tempo a crearne uno.” aggiunse Sergio malizioso e Liv gli indirizzò una smorfia.
“I collage sono firmati?” chiese Michele e Sergio scosse la testa, benché lo fossero.
“Peccato, avrei potuto cercarla, o cercarlo, su internet.” commentò l'uomo.
Olivia era stupita e lusingata da tanto interesse, ma al momento poteva solo tacere.
Artù s'intromise nella conversazione con un mugolio.
“E' pronto per tornare a casa.” riferì Liv.
“E tu?” chiese Michele prendendola in contropiede.
“Beh
si anch'io, devo ancora fare il mio giro quotidiano dalla tua
vicina.” rispose.
“Bene allora.” si alzò e andò alla cassa
e Olivia udì Betta spiegare che per i nuovi clienti la consumazione
era gratuita, Michele ringraziò ma invece di mettere via i soldi li
infilò nel barattolo delle mance.
Betta lanciò un'occhiata eloquente a Liv.
Olivia le sorrise, salutò i cugini con un gesto della mano e raggiunse Michele che l'aspettava vicino all'uscita.
Artù si precipitò fuori trascinandola con sé.
“Il bar e il suo staff starebbero bene in una storia.” dichiarò Michele allegro, ignaro dei tre cugini di Liv che li fissavano da una vetrina.
Ci sarebbero stati bene si, pensò lei e si fermò.
“Cosa c'è?” domandò Michele.
Olivia alzò il viso verso il cielo: “Sta nevicando.” rispose, mentre piccoli fiocchi di neve scendevano delicatamente, decorando capelli, cappotti, il manto di Artù e poco a poco, facendosi più grandi, il resto del paesaggio.
“La neve possiamo spuntarla dalla lista.” disse Michele ficcando le mani nelle tasche del cappotto.
“Ma ora è troppo presto.” borbottò Liv: “Deve nevicare sotto Natale.”
Lui ridacchiò: “Giusto. Con chi possiamo lamentarci? Chi è incaricato del tempo?”
“Un buontempone.” rispose lei.
Durante il tragitto verso casa i fiocchi si infittirono e quando finalmente arrivarono ne erano ricoperti.
Liv lo seguì nel suo appartamento, tolse il cappotto e poi finse di controllare l'appartamento di Linda, e già che c'era fece un giro per vedere se trovava qualche altro souvenir.
Era un bell'appartamento, arredato con gusto, ma vi aleggiava una sensazione di tristezza, qualcosa di inespresso.
Passati quindici lunghissimi e improduttivi minuti tornò da Michele che la aspettava seduto al tavolo da pranzo; le fece cenno di accomodarsi e Liv prese posto di fronte a lui che le porse una busta.
Artù sonnecchiava sul divano.
“Credo di aver fatto i conti giusti.” le disse: “ Ma è meglio se controlli.”
Liv aprì la busta e vide una mazzetta di banconote, a occhio e croce Michele l'aveva pagata per ogni minuto che avevano passato insieme, loro due, lei e il cane e loro due e il cane.
“Non ho con me il blocco delle ricevute.” fu l'unica cosa che le venne in mente di dire intanto che registrava la fine del loro rapporto; il nodo in gola si rifece vivo, contorcendosi.
“Non c'è fretta.” rispose lui abbozzando un sorriso: “Vorrei solo che fossimo d'accordo che con questo il nostro rapporto lavorativo è concluso.” continuò: “A scanso di equivoci.”
“A scanso di equivoci?” ripeté Liv confusa, aveva pensato che volesse liberarsi di lei, e invece, forse no.
“Mi piacerebbe invitarti a cena, se sei libera.” continuò Michele: “E se ti va.” aggiunse dopo una breve pausa.
Oliva arrossì per la proposta, arrossì per essere arrossita, per il nervoso di aver bisogno di qualche istante per far passare il capogiro che l'aveva colta e infine per dover aspettare che il nodo in gola le consentisse di parlare.
Michele non si era innamorato a prima vista, ma provava interesse per lei.
Il nodo smise di contorcersi e iniziò a pulsare.
Michele stava ancora aspettando una risposta e lei si riscosse: “Mi va sì.” rispose di getto, con un sorriso gigante impossibile da moderare.
Lui ricambiò ma tornò subito serio: “Forse avrei dovuto invitarti a pranzo, siamo solo a metà mattina.” disse guardando l'orologio: “Cosa ne dici di pranzo e cena?”
Liv sentì il classico pizzicorino alla pelle che indicava che era felice o eccitata, o tutte e
due le cose.
“Pranzare possiamo pranzare qui.” suggerì con un filo di voce sperando di arrivare con un po' di eleganza al punto che le premeva: “Guarda come nevica.” aggiunse indicando la porta finestra.
Michele si voltò ed effettivamente sembrava che qualcuno stesse svuotando dei cuscini di piume davanti ad un ventilatore.
“Per nostra fortuna ho il frigo pieno.” commentò alzandosi: “Possiamo ingannare il tempo decorando l'albero.”
Decorare l'albero era un'attività familiare, intima in un certo senso, o almeno, Liv non l'aveva mai decorato con degli estranei, al massimo da sola.
“Dici che ha respirato abbastanza?” domandò.
“Un giorno e una notte, dovrebbero essere sufficienti.” rispose lui aprendo la scatola degli addobbi che Artù si precipitò ad esaminare, Olivia si avvicinò.
“Ci
sono gli addobbi dei miei nonni, che ci tenevano molto all'albero, e
i miei preferiti di quando ero bambino, i miei genitori me li hanno
dati quando sono andato via di casa.”
Addobbi che comprendevano
tra gli altri un trenino rosso luccicante col comignolo verde, un
pupazzo di neve con un occhio disegnato a mano, un bastoncino a righe
bianche e rosse, un paio di renne un po' scrostate, ma tutti in
discrete condizioni se si considerava che dovevano avere più di
trent'anni .
Sotto un fiocco di neve di spesso vetro satinato Liv trovò un piccolo orologio da polso.
Aveva il quadrante rettangolare, i numeri romani e il cinturino in pelle.
“E il regalo dei nonni per i miei dodici anni, adesso lo conservo insieme alle loro decorazioni.” spiegò lui.
Eh già, ormai gli era impossibile metterlo, mentre a lei sarebbe stato perfetto.
Resistette alla tentazione di provarlo e glielo porse: “Allora dovrebbe essere lui ad inaugurare l'albero:” disse.
Michele sorrise e lo agganciò ad uno dei rami più alti, dove avrebbe fatto compagnia al puntale.
Artù infilò il muso nella scatola e prese delicatamente tra le fauci una campanella dorata e la lasciò ai piedi di Michele.
Poco a poco l'albero si riempì e alla fine Liv si accorse che la maggior parte degli addobbi Michele li aveva lasciati mettere a lei, mentre lui era indietreggiato di qualche passo e guardava l'albero con apprezzamento.
“Mi piace il tuo senso estetico.” disse, e il pizzicore che si diffuse di nuovo sulla pelle di Olivia la costrinse a togliere il maglione.
Sotto aveva una maglia color cipria con una scritta in corsivo nero che recitava 'se sembro amichevole siete a distanza di sicurezza', regalo di Mattia, ideato da lui medesimo.
Dopo aver letto Michele sogghignò: “Corrisponde a verità?” chiese.
Liv ci mise un attimo a realizzare cosa intendesse: “La maggior parte delle volte.” rispose.
“Allora sono a distanza di sicurezza.” replicò lui.
Olivia decise che quello era il suo momento, infilò le mani nelle tasche posteriori dei jeans e disse seria: “No, tu sei sempre troppo lontano.”
Michele parve preso in contropiede, ma il suo stupore durò una manciata di secondi poi si avvicinò dei pochi passi che li separavano, le accarezzò il viso e i capelli e si chinò per baciarla, Liv gli passò le braccia intorno al collo e si strinse a lui.
Non era abituata a sentire ciò che sentiva e faticava a coordinare i pensieri, e di sicuro quel bacio non l'aiutava a mantenere la lucidità.
Intuì che lui stesse cercando di procedere per gradi, andarci piano, lo capiva dalla tensione nelle sue braccia e dal suo tenere il bacino scostato da lei.
Olivia si trovava in un momento eccezionale della sua vita, in cui desiderava accorciare le distanze con un uomo al più presto e il più velocemente possibile e le distanze erano rappresentate dai vestiti, perciò, senza interrompere il bacio, iniziò a slacciargli il cardigan, e poi la camicia e infine i pantaloni; le mani di lui, invece, le accarezzavano le spalle.
Quando Olivia tentò di abbassargli la cerniera dei pantaloni, operazione difficile per via della sua erezione, lui si staccò.
Era arrossato e aveva le pupille dilatate dall'eccitazione ma si stava ancora sforzando di mantenere il controllo.
Perché?
Per un attimo Liv ebbe il timore di aver fatto qualcosa di sbagliato, timore che si dissolse quando Michele sorrise: “E' meglio spostarsi, o l'albero farà una brutta fine.” disse.
E stavolta Artù non li seguì.
Era quasi metà pomeriggio, avevano saltato il pranzo e Michele si era assopito con un braccio intorno al suo seno, il respiro che le accarezzava i capelli, il cuore che batteva contro la sua spalla.
La neve scendeva incessantemente da quando erano usciti dal bar.
Olivia era felice e stordita allo stesso tempo, era così strano e familiare trovarsi nel suo letto, nuda e appiccicata a lui quando solo quella mattina aveva paventato il giorno della sua guarigione; si girò il più delicatamente possibile per guardarlo, Michele sonnecchiava con un mezzo sorriso stampato sulle labbra.
O almeno sembrava che sonnecchiasse, perché quando gli sfiorò il viso disse: “Non pensarci neanche, mi serve un po' di tempo, ho superato i vent'anni da un pezzo .”
All'inizio era rimasto sorpreso dall'intensità e dall'urgenza del suo desiderio, e lei se n'era accorta;
dopotutto una volta in camera da letto gli aveva praticamente strappato i vestiti di dosso e l'aveva spinto sul letto saltando i preliminari perché doveva averlo subito, e Michele l'aveva assecondata accrescendo così la sua smania, anche se si era reso conto della forza del suo desiderio solo quando si era trovato avvolto così strettamente da mozzargli il fiato.
Perciò il primo turbinoso incontro era durato poco; erano venuti quasi subito entrambi, e quasi in sincrono; nell'incontro successivo avevano recuperato e constatato che l'intesa sessuale non era solo frutto della frenesia del momento.
Liv gli allungò una gamba sui fianchi e lo baciò.
Come avrebbe fatto quando, inevitabilmente, sarebbe dovuta sparire?
Come avrebbe potuto ricontattarlo?
Sempre che non si fosse trattato di un evento occasionale.
Scacciò il pensiero, nell'incertezza del futuro, tanto valeva godersi il presente.
Michele le scostò i capelli dalla fronte: “Tutto bene?” domandò, doveva aver notato qualcosa.
Un'interferenza, avrebbe detto Sergio.
Olivia annuì, ma era una mezza verità: si era innamorata a prima vista e la situazione era peggiorata, perché si, certo, il sesso era stato grandioso, ma soprattutto non le era sembrato strano.
E data la sua espressione interrogativa decise di condividere il suo pensiero: “Io amo fare sesso.” dichiarò in modo da escludere fraintendimenti: “Moltissimo.”
Lui sorrise: “Me ne sono accorto.”
“E se trovo un uomo che mi piace lo farei in continuazione.” proseguì Liv.
“E' un'ottima notizia.” replicò lui passandole un dito sulle labbra, Olivia gli baciò il palmo.
“Ma nonostante questo l'ho sempre trovato strano.”
“Strano?” ripeté Michele incuriosito.
“Si, strana l'idea che qualcuno entri in un corpo non suo.” spiegò lei.
Michele si tirò su appoggiando la testa alla mano: “Un corpo estraneo, in senso letterale.” osservò: “Non l'avevo mai vista in questo modo.” ammise.
Olivia ne aveva parlato solo con Betta che le aveva raccomandato di tenerlo per sé, e lei l'aveva fatto, fino a Michele.
“Anzi no!” esclamò lui all'improvviso: “Quando mio padre mi ha spiegato la meccanica dell'accoppiamento l'ho trovata si strana e anche un po' disgustosa, ma è durato poco perché poi ho cominciato a farlo. Invece tu hai continuato a trovarlo strano.”
Liv assentì: “Non mi ha mai fermata, però mi ha rallentata, perché per lasciar entrare qualcuno deve attrarmi moltissimo. Ma con te è stato naturale.”
Oddio, questa le era scappata fuori, e sembrava una dichiarazione d'amore, ma lui l'aveva presa bene, perché si chinò per baciarla, e stava per dimostrarle che aveva recuperato quando dalla sala arrivò il brontolio di Artù.
Entrambi scoppiarono a ridere: “Ha ragione.” disse Olivia: “Siamo in ritardo per la sua uscita.”
Ed era stato paziente fino a quel momento, e discreto.
“Lo porto giù io, mi piace camminare sotto la neve.” continuò lei mettendosi seduta, era un po' seccata per l'interruzione ma sapeva che avrebbero ripreso il discorso.
“C' é un ristorante qui dietro l'angolo e fanno entrare anche i cani.” propose Michele: “Così possiamo cenare presto e poi..”
“E poi tornare subito a letto.” concluse Liv e lui rise:
“Stavo per dire che all'apertura sarà vuoto ma la tua idea è più accattivante.
Lei lo baciò e dopo si alzarono e si rivestirono così come si erano spogliati, a vicenda; e per qualche motivo Olivia lo trovò commovente, e quando lui le chiese di alzare e braccia per infilarle la maglia le salirono le lacrime, e ricomparvero mentre gli allacciava la camicia.
Sperò che non se ne fosse accorto, già gli aveva fatto una mezza dichiarazione d'amore, ci mancava che pensasse potesse diventare appiccicosa.
Intanto lui la fece sedere sul letto per metterle le scarpe, un paio di anfibi arlecchino che Liv aveva trovato al Mercato degli Affari, com'era comunemente chiamato il mercatino che si teneva ogni due venerdì all'ex rimessa delle corriere, lì finivano anche molti dei souvenir che recuperava, infatti gli anfibi li aveva avuti in cambio di un grosso portacenere di cristallo.
Tra di loro lo chiamavano il Mercato dei Ladri.
“Mi sembrano poco adatti per questo tempo.” osservò lui mentre allacciava le stringhe.
Olivia deglutì e inspirò profondamente per ristabilire il controllo, chiedendosi dove Michele avesse preso l'abitudine di rivestire le proprie amanti.
“Hai detto che il ristorante è vicino, no?” chiese.
Lui si alzò: “Si, e male che vada ti porterò in braccio.” dichiarò serio.
Il panorama era ammantato di bianco e con le lucine e le decorazioni natalizie il paesaggio era fatato.
Artù corse a festeggiare nella prima aiuola che trovò e si rotolò felice nella neve, quindi si scosse e si rotolò di nuovo.
I rumori erano attutiti e il già scarso traffico rallentato, i fiocchi scendevano lenti e radi, adesso, e non facevano pesare la mancanza di ombrelli; Michele non ne possedeva.
“Hai freddo?” le domandò passandole un braccio intorno alle spalle.
Olivia scosse la testa: freddo? , la pelle ancora le pizzicava dove era passato con la barba ed era surriscaldata ovunque l'avesse toccata.
Impossibile avvertire il freddo dall'interno di una bolla di calore.
Almeno fino a che capì di che ristorante si trattasse, era una trattoria che lei e Betta frequentavano un paio di volte al mese; il figlio del proprietario, Edoardo, un ragazzetto sui venticinque, era a sua volta un cliente del bar, e nonostante la differenza d'età aveva più volte invitato Liv ad uscire.
Lei aveva rifiutato non perché fosse più grande di lui, ma perché, sebbene fosse carino e anche simpatico aveva qualcosa che la disturbava.
Edoardo lavorava dal padre solo tre giorni a settimana, in genere nel week end e negli altri giorni faceva apprendistato nello studio di un commercialista.
E comunque se anche ci fosse stato non vi era motivo per cui dovesse saltare fuori dove lei lavorasse.
Vicino alla trattoria vi era una pizzeria, ma Michele sembrava poco orientato ad un primo appuntamento in pizzeria.
“Vieni qui spesso?” gli chiese.
“In realtà no, mi è poco simpatico uno dei camerieri, credo sia il figlio del proprietario.”
rispose Michele e Olivia soffocò una risatina: “Ma si mangia bene e per una sera posso ignorare la mia antipatia.”
Liv fu quasi sul punto di suggerirgli la pizzeria ma lasciò perdere, se lui voleva portarla da Bruno, che era il nome sia del proprietario che del ristorante, sarebbero andati da Bruno, avrebbe corso il rischio.
Fu Bruno in persona ad accoglierli, e li accompagnò al tavolo lamentandosi della neve e delle disdette dei clienti.
“Ho detto ad Edo di starsene a casa, vedrai che muso quando saprà della tua presenza qui stasera, e soprattutto della sua.” dichiarò indicando Michele: “Vi metto al tavolo più bello.” continuò, li fece accomodare e porse i due menu che teneva nella tasca davanti del grembiule.
“Cosa intendeva?” domandò Michele quando rimasero soli.
“Suo figlio ha una specie di cotta per me.” rispose Liv scorrendo il menu.
Bruno tornò con una ciotola d'acqua per Artù e prese le ordinazioni.
“Se gli diamo troppa corda e il locale rimane vuoto potrebbe venire a sedersi con noi.” avvisò Liv.
Michele storse il naso: “Vieni spesso qui?” chiese.
Olivia sospirò internamente all'idea di dover arrangiare un'altra mezza verità.
“Vengo ogni tanto a pranzo, quando lavoro nei dintorni.” disse.
“E il ragazzo si è preso una cotta per te.” continuò lui.
Già, com'era successo? Lei e Betta avevano cenato lì solo una volta quando lui aveva cominciato a passare al bar.
“Beh, non sono sorpreso.” aggiunse Michele con un sorriso.
Liv arrossì di piacere, lui se ne accorse e si accostò per baciarla proprio mentre arrivavano le ordinazioni e quel tentato bacio fu sufficiente a far si che Bruno si ritirasse subito.
Michele la baciò e subito furono riportati all'ordine da Artù che voleva la sua tassa sul cibo; Olivia invece voleva solo sbrigarsi e tornare a casa per poter passare con lui più tempo possibile prima di doversene andare.
“”Come hai iniziato a fare la house sitter?” chiese Michele, tagliando la sua orata.
“Per arrotondare lo stipendio da cameriera.” replicò Liv in un'ennesima versione della verità.
“E hai clienti fissi?”
Lei annuì: “Gente che ha qui la casa delle vacanze, io devo passare a controllarla almeno una volta al mese. E tu invece? Come hai cominciato?” domandò mentre con la forchetta faceva boccoli di spaghetti, cosa per cui suo zio, il papà di Betta, la prendeva in giro ad ogni raduno familiare.
Michele bevve un sorso d'acqua: “Secondo mia madre sono nato con la matita in mano. E in effetti da che io ricordi ho sempre disegnato.” rispose: “Illustravo anche i temi e i dettati.”
“Sarebbe divertente vederli.” disse Olivia.
“Credo che i miei li abbiano conservati.”
“Va avanti.” lo esortò lei.
“Lavoravo per una casa editrice specializzata e illustravo storie di altri, ma mi sono stufato presto e nel tempo libero ne ho realizzata una mia, l'ho proposta e l'hanno accettata.”
“E qual era? “
“ 'Come saltare dai tetti.' “ rispose Michele.
Olivia la ricordava bene: “Ignoravo fosse la prima, è stata la terza o quarta che ho letto.”
“Avevo letto un articolo sui topi d'appartamento e l'avevo trovato affascinante.”
Lei arrossì di nuovo e si portò una mano al viso sperando che il rossore fosse poco evidente.
Almeno l'aveva trovato un argomento affascinante.
Liv non si considerava proprio un topo di appartamento, ma se e quando fosse emersa la verità, dubitava che lui fosse incline a fare troppe distinzioni.
La neve, che aveva continuato a cadere divenne più fitta e una ventata di aria gelida spalancò la porta del locale.
“Sbrighiamoci.” disse Michele e Liv ringraziò il maltempo.
Terminarono di cenare, lui affidò la propria carta di credito a Bruno e meno di dieci minuti dopo erano diretti verso casa con Artù che saltellava felice in quella piccola tormenta di neve.
“Volevo offrire io.” borbottò Olivia e una scarica di fiocchi di neve le riempì la bocca.
Michele scoppiò a ridere: “Ti ho invitato io, per offrire devi essere tu a fare l'invito.” disse
Una folata di vento le abbassò il cappuccio del piumino e i capelli le frustarono il viso, lei inciampò e andò a sbattere contro Michele che rideva.
“Ma ce l'ha con me!” esclamò Liv.
Lui le prese la mano: “Muoviamoci prima che il vento ti porti via.” disse.
Al rientro Michele distribuì i croccantini a ad Artù e uno spazzolino da denti nuovo a Liv perché era certo che 'una volta a letto non si sarebbero più alzati'.
Si unì a lei mentre si lavava i denti poi aprì l'acqua della doccia e si spogliò.
“Sarei felice se fossi mia ospite.” la invitò con un sorriso; sotto il getto dell'acqua calda Olivia vide che era pronto all'azione, si svestì in fretta consapevole della propria goffaggine, sarebbe stata una risibile spogliarellista, raccolse i capelli in un grosso nodo e lo raggiunse nella cabina doccia, che era larga e confortevole, a misura di lui.
Michele la prese tra le braccia e la baciò.
Liv pensava che avrebbero fatto l'amore lì, invece fu un lungo preliminare che si concluse a letto avvolti in un unico grande asciugamano, e presa dall'estro si sedette su di lui e lo lasciò andare solo quando furono venuti entrambi poi scivolò al suo fianco, Michele la fissava con sguardo annebbiato.
Era stupita di se stessa perché era sempre stata scarsa come cavallerizza: 'ecco cosa succede quando si smette di ragionare con la testa'. rifletté baciandolo sulla clavicola. “E' meglio se ci spostiamo sotto le coperte.” suggerì soddisfatta: “O potresti avere avere una ricaduta.”
Michele sospirò e si passò una mano sul viso: “Mi piacerebbe avere un bis, tra quattro o cinque mesi, quando mi sarò ripreso.” dichiarò.
Lei sorrise: “Tutti i bis che vuoi.” rispose.
Michele lanciò l'asciugamano su una poltroncina già carica di vestiti e si infilarono sotto il piumone.
Rimasero in silenzio per un po', stretta a lui Olivia contemplava la neve che adesso scendeva con più grazia.
“Ho dato per scontato che ti andasse bene dormire qui.” mormorò Michele contro la sua tempia, lei annuì: “Domani sera devo andare via per lavoro.” continuò lui: “Starò fuori un paio di giorni, e mi piacerebbe trovarti qui al mio ritorno.” concluse baciandole i capelli.
Liv sentì le lacrime salire e tentò di ricacciarle con poco successo, almeno non poteva vederla in faccia.
Due giorni.
Secondo i calcoli suoi e di Betta era il limite oltre il quale non si poteva spingere.
Perché non l'aveva conosciuto al bar?
Ma forse sarebbe stato diverso, forse Michele non avrebbe avuto abbastanza tempo per accorgersi di lei, invece, per quanto la riguardava, Olivia era certa che si sarebbe innamorata di lui in qualunque circostanza.
“Cosa ne dici?” la sollecitò.
“Che io e Artù saremo qui ad aspettarti godendoci la neve.” rispose Liv accarezzando il braccio intorno alla sua vita.
“Artù viene con me.” disse lui.
“Viene con te?” ripeté Olivia stupita e di nuovo le lacrime fecero capolino, quindi non era interessato alle sue mansioni di dog sitter, voleva solo ritrovarla lì.
Tirò sul col naso il più silenziosamente possibile.
“Artù viene con te in un viaggio di lavoro?” chiese.
“Non è abituato a stare lontano da me.” spiegò Michele.
E, beh, Liv lo capiva Artù. Si girò e baciò Michele sulla spalla: “In un viaggio di lavoro potrebbe sentirsi trascurato.” osservò.
“Vuoi fare la dog sitter per un altro paio di giorni?” chiese lui con un sorriso.
“Voglio fare compagnia ad un amico per un paio di giorni.” lo corresse Olivia.
“Ok, proviamo, ma ti avverto potrebbe lamentarsi per tutto il tempo, anche se ne dubito, visto che l'hai corrotto quasi subito.” replicò Michele.
Liv gli passò le dita sulla barba incolta, tentata di dirgli che era innamorata di lui, se non l'aveva già capitò, ma decise di affidare la dichiarazione nel biglietto che intendeva lasciargli l'indomani, nella busta coi soldi.
Il giorno seguente sarebbe stato l'ultimo passato insieme, in attesa di scoprire come sarebbe andata tra loro, e il finale dipendeva da lui.
“Allora lo vuoi quel bis?” domandò.
“Gli hai rapito il cane?” domandò Sergio esilarato.
Il locale era in un momento di calma e Artù era comodamente sdraiato su un tappetino dietro la cassa.
La loro comparsa quella mattina li aveva colti di sorpresa e Olivia non aveva avuto tempo di spiegare; le era anche mancata la voglia di informarli tramite messaggio quando la sera precedente era uscita alla chetichella dopo aver sentito Linda che rientrava.
“Sono stata costretta a portarlo via.” sbottò Liv: “Michele ha dovuto raggiungere i suoi genitori perché suo padre si è rotto un piede o qualcosa del genere, e Linda è tornata.”
“E lui è convinto che tu sia ancora a casa sua?” chiese Mattia.
“Beh, immagino lo dia per scontato.” intervenne Betta sbucando dal retro: “Che motivo avrebbe di pensare che se ne sia andata?”
“E quando al suo rientro non trova il cane?” aggiunse Mattia.
“Ho lasciato un biglietto in cui spiego la situazione. Più o meno.” disse Olivia.
I tre la guardarono con apprensione: “L'ho solo informato che alcune cose che gli ho raccontato sono un'approssimazione della realtà e che Artù è al sicuro, non ho lasciato una confessione scritta, non sono cretina.” dichiarò lei seccata.
Betta notò l'orologio al suo polso ma si astenne dal commentare.
Artù si era adattato subito alla nuova sistemazione, conosceva i suoi ospiti come distributori di panna e coccole e si era trovato a suo agio nell'appartamento di Olivia, che aveva avuto l'accortezza di prendere alcuni indumenti di Michele da usare come coperta di Linus.
Appena arrivati aveva fatto il giro dell'appartamento ispezionando ogni angolo poi era saltato sul divano il cui bracciolo era stato coperto da una maglietta di Michele: una sorta di rassicurazione di stoffa sul ritorno del suo padrone.
E sin dalla prima notte aveva preso l'abitudine di addormentarsi lì e poi raggiungere Olivia a letto.
Michele le scriveva una decina di messaggi al giorno, durante le pause dai suoi impegni, e la sera la chiamava, tutto sul cellulare di servizio dove, per fortuna, come foto di profilo avevano messo il finto volantino dell'agenzia di house sitter.
Al momento Michele non sembrava nutrire sospetti, d'altronde, come aveva sottolineato Betta, non ne aveva motivo, ma Olivia desiderava che in un modo o nell'altro la situazione si risolvesse presto perché il limbo in cui si trovava la stava consumando.
Le loro conversazioni serali si svolgevano come se fossero vecchissime conoscenze e lei spesso doveva combattere contro l'insorgere delle lacrime.
Non scivolavano mai nel romantico, a Liv non veniva naturale, nonostante ne fosse innamorata e poteva solo supporre che fosse così anche per lui, o che semplicemente Michele non provasse gli stessi sentimenti.
Il sesso era fantastico e andavano d'accordo, ridevano insieme e si fidava a lasciarle il cane, ma come ripeteva sempre Betta, per gli uomini era diverso, tranne Sergio e Mattia che, però, non facevano testo.
E se Michele non provava per lei gli stessi sentimenti, la cosa le permetteva di sentirsi meno in difetto.
Era l'unico lato positivo che era riuscita a trovare.
E dopo anni in cui aveva decorato solo l'albero di Natale all'ingresso del bar, e dopo aver aiutato Michele a decorare il suo, Liv decise di ripristinarlo anche per sé e una mattina, prima del proprio turno, ne comprò uno piccolo e sintetico insieme ad un po' di palline, con l'intenzione di addobbarlo nel pomeriggio.
“Sono tutte arancioni, e una volta appese sembreranno mandarini e arance luccicanti.” disse ad Artù che aveva infilato la testa nel sacchetto.
Il cane la osservò decorare l'albero per una decina di minuti, dopodiché cominciò a passarle le palline tenendole delicatamente tra le fauci.
“Sei proprio un piccolo genio.” disse Olivia accarezzandogli il muso, Artù rispose con un mugolio e proseguì nel suo lavoro.
Era così concentrata nell'operazione che solo quando ebbe messo il puntale, anch'esso arancione, si accorse che aveva ricevuto un unico messaggio di Michele, la mattina e poi il silenzio.
Ci potevano essere mille spiegazioni del perché, ma Liv sapeva già qual era quella giusta.
Era tornato, e aveva trovato i soldi e il biglietto e adesso probabilmente stava riflettendo sul da farsi.
Respirò profondamente un paio di volte, nel tentativo di tenere a bada l'ansia.
“Amico mio. Mi sa che ci siamo.” mormorò ad Artù:” Non siamo più in Kansas.” aggiunse e roteò gli occhi
Santo cielo, doveva smettere di guardare quel film ad ogni Capodanno.
Il cane posò la pallina che si era tenuto in bocca e si avvicinò a lei scodinzolando con poca convinzione, forse per via del suo tono di voce.
“Fatti viva tu.” suggerì Betta, ormai era quasi ora di chiudere.
Seduta al suo solito tavolo Liv si coprì gli occhi.
“Si, magari gli è successo qualcosa.” disse Sergio e Betta gli lanciò un'occhiataccia.
“No e no.” rispose Olivia: “Il suo ultimo accesso su Whattsap risale a mezzora fa.”
“Beh, dovrà pur venire a riprendersi il cane, e le chiavi di casa.” osservò suo cugino.
Chissà, se era sulla via avrebbe potuto incontrare Mattia a spasso con Artù; Mattia aveva scoperto il piacere di portare in giro il cane sotto la neve e nell'ormai quasi settimana che Artù aveva passato con loro l'aveva portato fuori tutti i pomeriggi.
Cosa stata trattenendo Michele? Forse era tornato ma per qualche motivo non era ancora passato da casa? O forse voleva prima smaltire la rabbia?
Olivia aveva omesso le sue incursioni in case altrui, ma per il resto il suo biglietto era stato eloquente.
Aveva spiegato che le cose erano diverse da come gliele le aveva presentate e che si era spacciata come dog sitter solo perché si era innamorata di lui a prima vista.
Aveva anticipato quanto più possibile perché dubitava di riuscire ad esprimerlo a voce, o che lui gliene avrebbe data l'occasione.
Artù irruppe in mezzo a loro giulivo e dalla porta Mattia gridò: “Novità?”
“Ancora no.” rispose Betta.
“Beh oggi è il ventitré dicembre, suppongo che desideri passare il Natale almeno con Artù se proprio non vuole passarlo con Liv.”
Olivia sospirò, Betta diede una spinta a Mattia e Sergio lo colpì alla testa con uno schiaffetto.
“Ehi! “ protestò lui.
“Lasciatelo in pace, ha ragione.” intervenne Liv.
“Può essere.” esordì Sergio: “Può essere che abbia deciso di passare il Natale con i genitori e magari gli si è scaricato il telefono o lo ha perso e non sa il numero a memoria, ma sa che il cane è al sicuro.”
“E' vero.” disse Betta.
“Tutto può essere.” dichiarò Olivia: ”Ma io sono sicura che è tornato.”
Se lo sentiva nello stomaco.
Si alzò e passò attraverso i cugini per prendere gli strofinacci per cominciare a pulire i tavoli dando il via alle operazioni di chiusura.
Come aveva detto Mattia era il ventitré di dicembre e doveva trovare il modo di essere di buon umore a Natale anche se il limbo si fosse protratto o la vicenda fosse finita male, perché l'idea di affrontare i genitori e parenti con le loro incessanti domande e preoccupazioni era intollerabile.
Il ventiquattro dicembre avrebbero chiuso alla fine della pausa pranzo dei commessi, destinati a lavorare fino all'ultimo per via di clienti ritardatari;
era raro che si presentasse qualche impiegato perché in genere alla vigilia lavoravano solo mezza giornata, se lavoravano, perciò i quattro cugini furono sorpresi quando verso l'una entrò Linda, felice e sorridente.
“Cosa fa qui?” bofonchiò Betta.
Olivia, che oltre al grembiule rosso aveva indosso un cappello da Babbo Natale, come anche gli altri tre, ad Artù era toccato un cerchietto con corna da renna, si avvicinò al suo tavolo, agitata.
“Ciao Olivia.” la salutò Linda con un sorriso sfolgorante.
“Ciao, come mai qui?” chiese Liv: “Di solito il ventiquattro sei in ferie.”
Linda scrollò le spalle accentuando il finto disordine dei capelli biondi. “Se sei il braccio destro del capo, quando lui lavora tu lavori.” disse con ricercata nonchalance: “Ma indovina?” continuò e senza darle tempo di indovinare aggiunse: “Ricordi che ti avevo parlato del mio nuovo vicino di casa e di quanto mi sarebbe piaciuto conoscerlo?”
Liv riuscì ad annuire, a malapena; il nodo che di solito le si formava in gola in questo caso le strinse lo stomaco: “Ieri l'ho incontrato sul pianerottolo, aveva l'aria di uno a cui avessero pestato i piedi ma dopo un po' che parlavamo si è sciolto e alla fine siamo andati a cena.”
“Buon
per te.” disse Olivia compiendo uno sforzo enorme: “E com'è
andata?” chiese.
Meglio saperlo subito no?
“Bene, credo. Non è successo niente eh, neppure un bacio, come ti ho detto era turbato per qualcosa, ma nonostante questo è stata una serata molto bella, è un uomo interessante e affascinante.” il suo Iphone trillò, Linda mise gli auricolari e dopo aver detto ad Olivia che prendeva il solito si dimenticò della sua esistenza: “Come ti dicevo prima forse ci vediamo anche oggi.” informo il suo interlocutore: “Potrebbe passare per...” allontanandosi Liv perse il resto.
“Ha detto che non è successo niente.” disse Mattia che era riuscito ad ascoltare.
Olivia annuì:“Vorrei che fosse finita.” rispose: “L'attesa mi sta uccidendo.”
Sergio mise sul banco il vassoio con il pranzo di Linda, carne bianca con verdure e Liv gliela portò.
La donna aveva cambiato argomento e ora parlava di lavoro, sperava di prendere il posto del suo capo entro sei mesi.
Seguì il consueto viavai condito di saluti e auguri e poco a poco il bar si vuotò, tranne che per alcuni commessi con terminavano di pranzare e Linda che si connetteva al portatile.
Olivia la lasciò nel suo brodo, evitando di ricordarle che tempo una mezz'ora e avrebbero chiuso, dopotutto era un'ottima cliente a cui aveva sottratto del beni, e inoltre stava aspettando qualcuno e lei sapeva anche chi.
E quando si voltò per tornare al bancone e chiedere a Sergio un cambio di ruoli il chi se lo trovò davanti.
Trasalì e fece un passo indietro andando a sbattere contro il tavolo di Linda che sollevò lo sguardo e cinguettò: “Michele ti stavo aspettando.”
Lui le indirizzò un rapido sorriso: “Sono subito da te.” assicurò guardando Olivia: “Ma il mio cane è scappato e l'hanno ritrovato loro.” aggiunse.
“Ah, mi pareva avessi un cane.” rispose lei.
“Di qua.“ si limitò a dire Liv con un filo di voce e dirigendosi verso il bancone.
“E così sei una ladra con un lavoro.” commentò Michele, non a bassa voce ma in un punto in cui nessuno poteva sentirli, tranne Artù che saltò fuori dal retro, scodinzolante e uggiolante con le piccole corna da renna che oscillavano.
Michele si chinò per salutarlo e Artù attaccò con un mugolio che aveva l'intonazione di un racconto.
“Si, si ho capito, ti sei divertito.” borbottò Michele rialzandosi.
“E' un cane proprio simpatico.” disse Mattia.
“Loro sono tuoi complici?” chiese Michele a Liv.
“Complici è una parola un po' forte.” intervenne Sergio: “Siamo suoi cugini, più che altro.” concluse inopinatamente; a Betta sfuggì una risatina e Olivia si morse il labbro inferiore.
“Siete incredibili.” replicò Michele che un tono che, suo malgrado, lasciava trasparire una sorta di ammirazione: “E tutto davanti alla parte lesa.” continuò.
“Che però non sa di esserlo.” sfuggì a Liv, lui la scrutò con un'espressione indecifrabile ma prima che potesse parlare fu anticipato da Artù che riprese il suo mugolio e poi corse nel retro, e tempo pochi secondi tornò a sollecitare la loro presenza.
“Arriviamo.” disse Olivia: “Vuole che lo seguiamo.” spiegò a Michele.
“Si lo so, conosco il mio cane.” ribatté lui: “Dammi un minuto.”
Si avvicinò al tavolo di Linda e si sedette: Olivia distolse lo sguardo Betta invece li fissava smaccatamente.
“Sta parlando solo lui.” disse: “Adesso lei sta facendo si con la testa. Ok, lui sta arrivando.”
Dal retro udirono Artù che brontolava.
“Sono pronto.” annunciò Michele e Liv si girò, dietro di lui Linda stava raccattando le sue cose.
Artù cacciò un breve ululato: “Abbiamo capito.” lo riprese il suo padrone.
“Lascia la porta aperta.” raccomandò Betta ad Olivia: “Senza offesa ma in fin dei conti non ci conosciamo.” disse a Michele.
Lui non replicò ma quando furono nel retro chiese: “Quale porta?”
“Io abito qui sopra.” rispose Liv, indicando la rampa di scale in cima alla quale la pazienza di Artù andava scemando.
Lei fece strada e una volta dentro Michele lasciò la porta accostata ma Liv si avvicinò e la chiuse, si guardarono per qualche istante e Olivia strinse il lembi del grembiule per combattere l'impulso di abbracciarlo, non era il caso, no?
Stavano per parlare entrambi quando Artù iniziò un discorso dalla sua postazione del divano.
Ottenuta l'attenzione di Michele prese la sua maglietta e corse in camera dove proseguì il racconto.
“Ho capito, questi sono i posti dove dormi.” disse Michele.
Il cane abbaiò e saltò giù dal letto e lo ricondusse in sala per mostrargli i suoi giochi nuovi e quindi in cucina per mostrargli le ciotole; infine si avvicinò all'albero e prese in bocca una delle palline avanzate e la lasciò cadere sul palmo di Michele, che con l'altra mano gli accarezzò il muso visto che il capo era ostacolato dalle corna.
Osservandoli Liv si ricordò di avere in testa il berretto da Babbo Natale e fece per toglierlo ma alla fine lo lasciò e si appoggiò alla porta.
“Mi fa piacere che tu ti sia divertito così tanto, ma adesso mi devi lasciar parlare con Olivia, ok?”
Artù puntò il muso verso Liv, poi riprese la pallina e tornò sul divano.
Michele intanto si era rialzato prendendo tempo per guardarsi intorno; Olivia cercò di vedere il proprio appartamento con i suoi occhi: era colorato e pieno di libri e di oggetti decorati da lei, alle pareti vi erano un paio di sue opere e di stampe dei suoi pittori preferiti, in un angolo vicino al divano vi era la sua borsa con il materiale per i collage, la sala e la cucina a vista erano separate da una tenda di perline con l'illustrazione dell' entrata di un ristorante
Notò che l'espressione di Michele, fino a quel momento impassibile, si era lievemente addolcita.
Lui tolse il cappotto e lo posò sullo schienale di una poltrona ciclamino.
“Ieri mattina ti ho mandato il messaggio dal pianerottolo per farti una sorpresa, e invece la sorpresa l'hai fatta tu a me.” esordi con sarcastica pacatezza: “E dopo aver letto il tuo biglietto sono uscito per raggiungerti e ho incontrato la mia vicina che mi ha chiesto se avessi notato qualche stranezza, perché aveva la sensazione che in casa sua ci fosse stato qualcuno, anche se, apparentemente, non mancava niente. Inoltre aveva indosso un bellissimo cappotto color prugna.”
Appoggiata alla porta Liv chiuse gli occhi.
“Allora l'ho invitata a cena, perché ero curioso di sapere fin dove le cose erano diverse da come sembravano.” concluse lui.
“Ho preso pochi spiccioli, e souvenir facili da rivendere.” mormorò Olivia tenendo gli occhi chiusi.
“Souvenir?” ripeté lui.
Liv si decise a guardarlo: “Capi d'abbigliamento, qualche gioiello, cose che difficilmente possono avere un valore sentimentale.”
Michele inarcò un sopracciglio: “E come fai a saperlo?”
“Di solito le cose che hanno un valore sentimentale sono separate dalle altre.” rispose lei, preferiva tenere per sé che lavorava d' intuito.
E di fronte all'espressione perplessa di lui aggiunse: “Abbiamo iniziato per gioco.” forse avrebbe peggiorato la situazione ma al momento non vedeva alternative.
“Ti dispiace elaborare?” disse Michele.
Come per tutto ciò che riguardava il loro manipolo di cugini, anche quell'attività parallela era partita come un gioco: Sergio aveva ascoltato la conversazione telefonica di un cliente fisso che in poche battute aveva rivelato il nascondiglio della sua chiave di scorta e la mancanza di un allarme e poi aveva riattaccato e si era immerso nella lettura del Financial Times, come se avesse intrattenuto una conversazione privata invece di gridare le sue specifiche ai quattro venti.
“La gente dà un sacco di informazioni utili quando parla al telefono, incurante di chi ascolta, e Linda ha fatto lo stesso.”
“Cosa significa che avete cominciato per gioco?”
“Sergio ed io eravamo curiosi di vedere come vivessero i ricchi e la maggior parte dei nostri clienti lo sono, abitano tutti in zona.”
“Quindi diventare vostri clienti è rischioso.” commentò lui.
Liv alzò le spalle: “In realtà molti non erano neanche nostri clienti, tu non hai idea di quanta gente dimentichi la porta aperta.” disse e subito strinse le labbra, si stava lasciando trasportare.
La felicità di vederlo, nonostante quella specie di interrogatorio, le stava facendo abbassare le difese.
Michele si passò una mano sul viso: “E i vostri giri turistici includono i souvenir.” disse.
Olivia tacque; cosa poteva replicare?
Dubitava che se lui avesse saputo che grazie ai souvenir si erano liberati prima dai debiti del bar l'avrebbe trovata una giustificazione.
Lui prese il cappotto e da una tasca interna estrasse la busta con i soldi e il biglietto.
“La tua logica mi sfugge.” esordì: “Prendi soldi che non ti appartengono e invece questi che sono frutto di un servizio li lasci. E mi pare che anche da casa mia non manchi niente.”
l'ultima frase era un affermazione ma il suo sguardo era interrogativo.
Istintivamente Liv toccò l'orologino e lui lo notò e la scrutò.
Olivia
arrossì: “Volevo qualcosa di tuo da tenere fino a che mi fosse
passata.” confessò: “E avrei trovato modo di
restituirtelo.”
Michele fece per sfiorarle la spalla, ma si
trattenne.
“Perché non mi hai aspettato a casa?” domandò.
Liv inspirò profondamente: “Perché Linda era tornata e se ci fossimo incrociate avrebbe potuto farsi delle domande. Probabilmente no, ma il rischio era troppo grosso.”
“E i soldi?” chiese ancora lui lasciando cadere la busta sulla poltrona.
Olivia deglutì le lacrime: “Ho finto di accettarli per non insospettirti.” rispose sperando che la sua voce suonasse ferma: “Volevo passare più tempo possibile con te.”
Stava diventando una litania.
Michele le posò le mani sulle spalle: “Le parole sul biglietto sono vere.” chiese togliendole con dolcezza il cappello.
Olivia sgranò gli occhi e annuì, poi, sperando di aver inteso bene si azzardò ad accarezzargli il viso.
Michele la staccò dalla porta e la strinse e lei nascose il viso nell'incavo del suo collo, il sollievo e una strana sensazione alla bocca dello stomaco le provocarono un lieve capogiro.
“Sono vere dal primo momento che ti ho visto.” mormorò e ricacciò le lacrime per l'ennesima volta.
“E così i collage sono tuoi.” disse lui baciandole i capelli.
“Come lo sai?” domandò Liv, la voce attutita dalla posizione ma niente avrebbe potuto farla spostare.
“Questa è la casa di un'artista.” rispose Michele.
“Quando hai detto che ti piacevano ho dovuto mordermi la lingua perché avrei voluto che sapessi subito che erano miei.”
Lui le accarezzò i capelli e la costrinse a guardarlo: “I miei desideravano che passassi il Natale con loro, ma io continuavo a pesare a te a casa mia con Artù.” disse e la baciò.
Olivia gli passò le braccia intorno al collo e Artù corse a felicitarsi alzandosi sulle zampe posteriori e appoggiandosi prima all'uno e poi all'altra, infine soddisfatto se ne tornò sul divano.
“Forse dovresti scrivere a tua cugina che va tutto bene.” suggerì Michele mentre lei gli slacciava la camicia.
“Scriviglielo tu.” rispose Liv cercando di liberarlo da camicia e giacca nello stesso momento.
Lui sogghignò: “Fallo prima che irrompa qui dentro insieme al gatto e alla volpe.”
Olivia sbuffò: “Ok, però tu continua a spogliarti.” disse recuperando il cellulare dalla tasca del grembiule e inviò a Betta un messaggio vocale.
Michele si era seduto per togliersi le scarpe stringate, impossibili da togliere velocemente, e Liv buttò il telefono sul divano e si chinò per farlo al suo posto e dopo una breve esitazione lui la lasciò fare.
Olivia gli sfilò le scarpe e le calze, Michele aveva dei bei piedi, grandi con dita lunghe e unghie corte e quadrate; lei li accarezzò e poi appoggiò le braccia alle sue ginocchia: “pensavi l'avessi scritto tanto per scriverlo?” chiese.
Michele le passò le dita tra i capelli: “No, in realtà no. Mi sono accorto subito che c'era qualcosa tra noi, ma dopo aver scoperto il tuo 'secondo lavoro' mi sono detto che avresti potuto scriverlo per addolcire la mia reazione.” rispose, prendendo il suo cellulare.
Olivia si alzò e sedette sul bracciolo della poltrona: “Avrei potuto inventare una scusa qualunque.” disse accarezzandogli il torace, sotto la camicia e la giacca aperte aveva una canottiera bianca: “O non rispondere mai più al telefono.”
“Questo telefono non è lo stesso su cui ti mandavo i messaggi” osservò lui mettendo la sua mano su quella di Liv.
“No, è il mio personale mentre l'altro è il telefono.. di servizio.” e davanti alla sua espressione perplessa aggiunse: “Ti dirò tutto ciò che vuoi sapere, ma dopo.” lo baciò sulle labbra: “Sono passati sei giorni.” concluse.
Michele sorrise: “Si, sono stati lunghi anche per me.” replicò attirandola a sé.
A quel punto Artù, con indosso ancora il cerchietto da renna, saltò giù dal divano e si piazzò davanti alla porta.
“Se lo facciamo uscire scende dai ragazzi e Mattia lo porterà a fare un giro.” spiegò Liv.
“Ti sei affezionato a questa famiglia di ladruncoli.” disse Michele bonariamente e Olivia aprì la porta, Artù gorgheggiò una specie di saluto e schizzò giù per le scale.
Lei chiuse la porta con calcio afferrò Michele per un braccio e lo guidò in camera dove lo liberò di giacca camicia e canottiera.
Tentò di slacciargli i pantaloni mentre lo baciava sul collo, ma era troppo agitata per riuscirci, avrebbe voluto strapparglieli di dosso.
Allora Michele la staccò dolcemente, le prese il viso tra le mani e la baciò sciogliendo il nodo del grembiule che le sfilò dalla testa e continuò a spogliarla finché rimase in biancheria, Olivia finalmente riuscì a slacciargli pantaloni e lo spinse sul letto per levarglieli, stava per passare ai boxer, messi alla prova da una considerevole erezione quando lui disse: “Sarebbe divertente se rimettessi il cappello da Babbo Natale.”
Liv sorrise e corse a prenderlo, quando tornò col cappello calcato in testa Michele si era messo sotto le coperte e aveva in mano la sua camicia azzurra: “Vedo che hai preso più di un souvenir da casa mia.” disse, la sue espressione era intenerita, felice forse.
Olivia arrossì: “Ho pensato che quello che vale per Artù vale anche per me.” replicò.
Michele rise e poi annusò la camicia: “L'hai presa tra quelle messe a lavare.” osservò.
“No, dalla poltrona. Ma che senso avrebbe avuto prenderne una fresca di bucato? Le sarebbe mancato il requisito fondamentale, il tuo odore.” rispose lei.
Michele gettò la camicia sul cassettone in fondo al letto e baciò Olivia: “Ora non ti serve più.” mormorò.
Lei
sorrise: “No, mi servi tu.” disse.
Michele era il suo regalo
di Natale, ignorava da parte di chi, ma era il migliore che avesse
ricevuto.
E mentre facevano l'amore Michele pensò vagamente che forse Liv trovava strano il sesso, ma il suo corpo no, perché lo teneva stretto dentro di sé con il vigore di chi ha ritrovato un pezzo mancante.
“Dopo lo metti tu il cappello.” disse Olivia togliendolo e accasciandosi su di lui.
“Con piacere.” rispose lui e allungò un braccio per tirare su le coperte, erano accaldati ma faceva freddo e il sudore si era asciugato subito, Liv si distese al suo fianco e gli passò un braccio intorno alla vita, lui notò che i suoi capelli avevano un profumo dolce e fruttato tipo mela mista ad altro, forse cocco.
Rimasero per un po' in silenzio, a riprendere fiato.
Olivia gli accarezzava i capelli sulla tempia, accentuando il languore che provava allo stomaco e alle gambe.
“Com'è possibile che tu mi sia mancato tanto? Ci conosciamo da otto giorni e siamo stati separati per cinque.” mormorò: “Eppure continuavo a pensare che se non ti avessi visto questo sarebbe stato il Natale più brutto della mia vita, anzi i giorni più brutti della mia vita.”
Lui si tirò su e appoggiò la testa alla mano: “Come ti ho detto prima, io sono tornato perché volevo passare il Natale con te, mi sarebbe sembrato... innaturale passarlo separati.” dichiarò pacato, come se fosse una cosa normale, si chinò per baciarla e poi aggiunse: “Adesso vorrei che rispondessi ad un paio di domande.”
Liv chiuse gli occhi, aspettava quel momento, era inevitabile: ”Certo.” rispose, sistemandosi meglio sul cuscino.
“Da quanto dura questo 'gioco'?” chiese Michele.
Lei fece un rapido calcolo mentale: in che anno avevano aperto il bar?
Quando era morto lo zio Dino? L'unico zio senza figli che aveva lasciato a loro quattro un piccola eredità che era servita per avviare l'attività.
“Da quindici anni, più o meno.”
“Quindici anni!” esclamò lui: “E nessuno si è mai accorto di niente?”
Olivia trovò il suo stupore quasi lusinghiero. Quasi.
“No, Anzi, abbiamo clienti che ci lasciano in custodia le loro chiavi; da loro non siamo mai andati.”
Michele sbuffò una risatina sarcastica: “Cos'è etica da ladri?” chiese e Liv percepì una nota di sincero divertimento nella sua voce.
“E' che ci disturbava tradire la loro fiducia.”replicò lei.
Lui scosse la testa ma, beh, continuava a sembrare divertito.
“Ed è cominciata perché volevate vedere come vivono i ricchi.” disse.
“Si, poi la cosa ci è un po' scappata di mano.” ammise Olivia.
“Dici?” ribatté lui.
Liv si chiese fin dove potesse spingersi e concluse che, qualunque cosa ci fosse tra loro, da quel momento in poi la sincerità era d'obbligo: “Con gli spiccioli e le cose che probabilmente neanche si ricordavano di avere abbiamo saldato i debiti del bar.”
“E sei sicura che ci sono cose che non ricordavano di avere?” domandò Michele.
Lei alzò le spalle: “Che tu ci creda o no sappiamo quasi tutto delle loro vite, e non solo perché parlano al telefono come fossero soli, a volte ce lo raccontano direttamente. E per quello che ne so nessuno ha mai sporto denuncia per furto.”
Michele si sdraiò le braccia incrociate sotto il capo: “Perciò se vi hanno aiutato a saldare i debiti sono dei soci inconsapevoli.”
“E' un punto che non avevo mai considerato.” rispose lei.
Furono interrotti da un bussare sommesso ma continuato a cui si unì il mugolio di Artù.
Olivia si alzò, indossò la vestaglia presa a Linda e andò ad aprire.
Artù schizzò dentro perdendo le corna da renna e l'asciugamano che Mattia teneva dietro la cassa per il dopo passeggiata.
“Tutto bene vedo.” disse suo cugino malizioso, restando sulla porta.
“Si, tutto bene.” ripeté lei con un gran sorriso.
Mattia si passò una mano tra i riccioli: “E pensare che finora l'avevi scampata, cuginetta mia.” sospirò drammaticamente e chinandosi per raccogliere asciugamano e cerchietto aggiunse: “I danni che può fare un muscolo involontario! Ci vediamo domani al pranzo di Natale, spero.”
Liv non ne aveva idea ma annuì lo stesso.
“A domani allora, e intanto, buon Natale.”
“Buon Natale.”
Si scambiarono un abbraccio e Liv chiuse la porta.
Tornata in camera trovò Artù sdraiato in fondo al letto, la coda che batteva contro il piumone come se lo stesse sprimacciando, quando la vide si raddrizzò per baciarla.
Michele riprese subito l'interrogatorio:“E vi siete mai sentiti in colpa?”
Olivia abbandonò anche l'idea di mentire per uscirne meglio, a quel punto sarebbe stato inutile e pure dannoso.
Rimase in silenzio, in piedi davanti ad un uomo, che nonostante i suoi sentimenti per lui era ancora un estraneo, e al suo cane, che come tutti i cani, amava senza condizioni.
“E' una domanda ingenua, suppongo.” disse Michele davanti al suo silenzio.
Liv si avvicinò e sedette sul bordo del letto: “No, e se proprio vuoi saperlo non mi sono mai sentita in colpa. E' gente ricca che può comodamente comprare tutte le cianfrusaglie che desidera.” esitò un attimo e aggiunse: “Noi abbiamo solo applicato una piccola tassa sulla loro ricchezza.”
Michele la fissava serio ma nei suoi occhi era presente la scintilla di divertimento che aveva percepito nel tono di voce.
“Io abito nello stesso palazzo di Linda, questo significa che per voi sono ricco?” continuò lui.
“L'appartamento è della tua famiglia no?” chiese Liv.
“Me l'hanno lasciato i miei nonni.” rispose Michele.
“Quindi è tuo.” ribadì lei, e all'improvviso il nodo in gola si ripresentò tagliandole la voce e fu con un grosso sforzo che riuscì a dire con voce abbastanza ferma: “Ma se pensi che questo abbia qualcosa a che fare con..”
Michele baciò per farla tacere: “Se lo pensassi non sarei qui.” disse e le prese le mani: “Però ho una richiesta.” aggiunse.
“Ti ascolto.”
“Vorrei che mettessi fine a questo gioco, perché per quanto io possa trovarlo divertente, se vogliamo sposarci vorrei godere della tua compagnia quotidianamente invece di aspettare le visite coniugali in carcere.” dichiarò Michele serio e Artù vociò la sua approvazione.
Olivia stava per dargli dello spiritoso quando il significato delle sue parole la raggiunse: “Sposarci?” domandò stupefatta: “Ci conosciamo appena.”
“E' vero, e tu sei innamorata di me, l'hai messo nero su bianco. Anzi, hai scritto che mi ami.” continuò lui.
Di slancio Olivia gli buttò le braccia al collo: “Si, si io ti amo.” mormorò al suo orecchio: “Dal primo momento, ma tu...”
“Ma io avendo i miei genitori come esempio ho sempre desiderato sposarmi.” disse lui stringendola a sé: “E ho cercato di immaginarmi sposato con ogni donna con cui ho avuto una relazione, più o meno lunga, e sempre senza successo. Invece con te è stato naturale, ho cominciato ad immaginare la nostra vita da sposati da quando hai tradotto il pensiero di Artù, sul pianerottolo, e stavolta il film è partito subito. E non si è mai fermato.”
Liv lo guardò era una dichiarazione degna di un uomo che usava la propria immaginazione per guadagnarsi da vivere.
Era anche un po' folle.
“Domani vieni al pranzo di Natale della mia famiglia?” domandò.
“Certo è l' occasione per conoscere i miei potenziali futuri parenti.” rispose lui senza esitazione.
Olivia lo baciò e si staccò di colpo: “Cosa significa che lo trovi divertente?” chiese.
“Beh, per quanto la faccenda sia moralmente discutibile devo considerare che se non fosse stato per questo vostro ..hobby probabilmente non ci saremmo incontrati, o ci saremmo incontrati nel momento sbagliato, inoltre è come si mi fossi trovato dentro uno dei miei racconti, manca il lato soprannaturale ma sono sicuro che presto o tardi arriverà, e in ogni caso lo aggiungerò io quando illustrerò la storia.” Liv lo fissava con gli occhi sgranati e allora aggiunse: “Con gli opportuni cambiamenti, s'intende.”
“E hai anche detto che volevi cambiare casa.” disse lei, voleva chiarire subito le cose che le pesavano sullo stomaco..
Michele annuì: “Si, e intanto che la cerchiamo potremmo vivere insieme, se te la senti.” replicò riavviandole i capelli dietro l'orecchio: “Lo capisco se ti sembra che io stia correndo troppo.”
“Oh no no, sarebbe meraviglioso.” assicurò Liv, inoltre se avessero vissuto insieme Linda non avrebbe avuto di che stupirsi nel trovarsela intorno, e a proposito: “Cos'hai detto a Linda prima?” domandò.
“Che mi era impossibile mantenere l'impegno per il caffè perché ho avuto un colpo di fulmine.” rispose Michele: “Ma con parole diverse.”
Olivia lo abbracciò, era confusa da ciò che stava succedendo, provare sentimenti così intensi per lei era una novità e temeva di non riuscire a tenerli a bada.
“Vorrei che vivessimo qua.” continuò lui passando le dita lungo la sua spina dorsale: “Mi piacciono i colori, i tuoi collage alle pareti, l'albero di sole palline arancioni.. e anche la tenda di perline mi piace.
“E anche tu piaci tanto alla casa.” mormorò Liv: “E Artù naturalmente.”
Artù emise un mugolio soddisfatto e Michele scoppiò a ridere: “La vestaglia è bella, e ti sta benissimo ma direi che è giunto il momento di toglierla.” disse giocando con il nodo che la teneva chiusa.
Liv arricciò il naso: “E' un souvenir ma a differenza del cappotto questa l'ho tenuta.”
Prima che potessero proseguire Artù intervenne con un discorso appassionato.
“Ha fame.” disse Michele.
Olivia accarezzò il muso del cane: “Anch'io, per colpa tua negli ultimi giorni avevo perso appetito.” dichiarò.
“Colpa mia eh.” ribatté lui ironico; una folata di vento e neve spalancò la finestra investendo tutti e tre,
Liv corse a chiuderla e abbassò la tapparella: “Sei ancora sicuro di voler vivere qui?” domandò avvolgendosi in un plaid.
Michele infilò i boxer e si alzò: “Sicurissimo, infatti sono molto seccato di aver lasciato il tuo regalo nella casa sbagliata.”
“Mi hai preso un regalo di Natale?” disse lei e di nuovo le lacrime presero la rincorsa.
“Si, quando l'ho visto ho pensato che doveva essere tuo.”
Olivia stava per partire con una raffica di domande ma lui intercettò il suo pensiero e le mise un dito sulle labbra: “Lo scoprirai domani.”
Lei pestò un piede a terra, in un altro momento avrebbe insistito ora però: “Anch'io ho un regalo per te, anche se non sapevo se avrei mai avuto l'occasione, o il coraggio, di dartelo, o se l'avresti voluto.”
Michele sorrise: “Ora questa preoccupazione è svanita, spero.”
Liv annuì, pescò un'altra coperta dall'armadio e gliela mise sulle spalle, il riscaldamento funzionava ma a stare mezzi nudi faceva freddo, gli tese la mano e lo condusse in sala, prese un involto parcheggiato tra il divano e il muro e glielo porse.
Michele sedette e lo aprì mentre lei gli infilava i calzini e gli calcava in testa il berretto da Babbo Natale.
Lo sfondo del collage era composto dalle pagine dicembrine di un paio calendari, lui e Artù erano al centro della scena, accuratamente ricostruiti con frammenti di qualunque cosa avesse colpito la fantasia di Olivia, ma soprattutto erano l'adattamento visivo del biglietto che lei gli aveva lasciato.
Mentre lo componeva Olivia aveva pensato spesso che se le cose fossero andate male l'avrebbe bruciato, nella speranza che nel falò si estinguessero anche i suoi sentimenti per Michele e giurando a se se stessa che mai più le sarebbe accaduta una cosa del genere, perché era intollerabile. Tremenda.
“Ti piace?” domandò sulle spine, lui lo stava fissando da diversi minuti ormai.
Michele chiuse gli occhi e inspirò profondamente, e dopo essersi schiarito la gola disse: “Dipende, posso considerarlo un si?”
Olivia deglutì il nodo in gola e annuì: “Se proprio sei sicuro di questa pazzia.” disse.
“Wof!” esclamò Artù.
“Come vedi siamo sicuri in due.” disse Michele allungando la coperta sulle sue spalle: “Cosa ne dici del ventiquattro dicembre dell'anno prossimo? Così avrai il tempo di completare il quadro.”
“E' già completo.” obbiettò lei sorpresa, guardando la sua opera.
Michele la strinse a sé: “No.” disse: “Manca la sposa.”
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