La Prescelta riluttante
Essere tra i prescelti era un' enorme rottura di scatole.
Enorme.
Esisteva un criterio per la 'presceltitudine'? O era casuale?
Essendo una delle elette, Viola, all'inizio aveva creduto alla casualità, ma la capacità innata di vedere i mostri e di tirare con l'arco era stata sufficiente ad invalidare la sua teoria.
Sarebbe stato casuale se fosse stata in grado di vederli ma non di ucciderli, il contrario era impossibile, ma così non era, perciò per quanto bizzarro, doveva esserci un criterio
Anche perché era stata goffa da bambina, da adolescente, da ragazza, e da donna adulta, goffa in tutto tranne che nel tirare con l'arco.
Li centrava in mezzo al busto, all'altezza dello stomaco, se ne avevano uno, ed era infallibile.
Mai presa una lezione.
Quelli che si era trovata di fronte li aveva ammazzati quasi tutti.
Quasi perché capitava non avesse con sé l'arco, mica poteva portarselo ovunque.
All'inizio lo teneva in un tubo di cartone, solo che estrarlo di lì in maniera semplice e veloce era difficile, e così aveva optato per una borsa di nylon.
Se avesse potuto tenerlo a tracolla con la faretra sulle spalle sarebbe stato perfetto in termini di economia di tempi e movimento, ma era impraticabile.
Che poi la freccia era una sola: grossa, pesante, in legno scuro, la punta somigliava a uno di quei piccoli razzi dei cartoni animati.
Gliel'aveva regalata un altro prescelto, pure lui con le scatole piene della 'missione'.
Se si poteva definirla così.
Perché, alla fine, mica potevano dare per scontato di essere nel giusto, per quanto ne sapevano i mostri si attaccavano a gente che magari si meritava di dipartire in anticipo.
Certo erano brutti, mostruosi in effetti, però, volendo essere pignoli, neppure gli angeli erano belli, si presentavano agli uomini in versione...beh edulcorata, per evitare che che ci rimettessero la sanità mentale.
Se poi esistevano.
Viola credeva di si, i mostri esistevano no?
I mostri; la parola mostro per Viola era legata all'infanzia, il mostro sotto il letto, dentro l'armadio, in cantina, e ormai la trovava una parola poco seria, specie perché i mostri che lei uccideva per qualche motivo non potevano attaccarla, e per lei non avevano mai costituito una minaccia.
Solo una gigantesca scocciatura.
Comunque la freccia in legno era stata intagliata dal prescelto esausto, per soddisfare le proprie esigenze e quando gli si era rotto l'arco, e aveva deciso di non ripararlo, ne' sostituirlo gliel'aveva regalata.
La sua parte l'aveva fatta, aveva chiuso.
E adesso Viola si era presa un paio di mesi sabbatici, o almeno sperava lo fossero.
Aveva affittato una villetta ad un piano, più un bungalow che una villetta, in una cittadina affacciata lago dove confidava di starsene un po' tranquilla.
I mostri erano ovunque, ma tendevano a concentrarsi nelle metropoli o in cittadine più popolose di quella scelta da lei, dove la disponibilità di materiale umano era più alta.
Pensava che lì ne avrebbe dovuti eliminare al massimo un paio a settimana invece dei soliti sei o sette.
Comunque fino a quel momento era stata fortunata, era lì da quattro giorni e non ne aveva incrociato neanche uno.
Posò la borsa di vimini sul tavolo per vedere se Serafino avesse intenzione di accompagnarla al supermercato, il gatto la considerò per una manciata di secondi poi le voltò le spalle e saltò sul davanzale di una delle finestre ovali, dove si accoccolò.
Aveva piovuto per due giorni consecutivi, e tutto quello che non si era ricoperto di erba, o di muschio, si era trasformato in fango, per fortuna nel bungalow aveva trovato un paio di stivali di gomma arancioni, che indossò, insieme alla sua giacca a vento lilla e e raccolse i capelli nel cappello impermeabile grigio verde, anch'esso omaggio del bungalow.
Quando uscì cadeva una leggera pioggia e forse sarebbe rimasta tale il tempo necessario per fare la spesa, poi, per quanto la riguardava si sarebbero potute aprire le cateratte del cielo.
Viola desiderava solo un po' di tempo e spazio e pace, senza gente da salvare.
Era metà pomeriggio e il cielo era fosco, ma alcuni ostinati raggi di sole riuscivano a trafiggere quei nuvoloni bassi creando pallidi giochi di luce sull'acqua immota del lago.
Fola era una piccola bella città e Viola pensò che le sarebbe piaciuto vivere lì: c'erano l'acqua, il verde, un numero ragionevole di abitanti e, al momento, zero mostri.
Certo, avrebbe dovuto cercarsi un lavoro, ma quella era la parte facile, perché vi era una fitta rete di supporto tra prescelti in carica e no, e per anche perché, forse per una sorta di compensazione dall'ingrato compito affidatogli, i prescelti erano fortunati al gioco.
Le rare volte in cui era, quasi, rimasta al verde, comprava una di quelle lotterie da grattare e vinceva la cifra che le serviva.
Era così che si era pagata la vacanza.
Il supermercato era una piccola costruzione color panna che sorgeva nel mezzo di un parcheggio mezzo vuoto, sollevata prese un carrello ed entrò.
Una volta si sarebbe portata anche l'arco, ma aveva deciso che era pericoloso, rischiava di colpire persone che si paravano davanti all'improvviso perché non in grado di vedere i mostri.
Se avvistava un mostro doveva portare pazienza e seguirlo fino al momento giusto, evitando di fargli capire che lo vedeva; fortuna voleva che attaccassero solo al buio, la sfortuna che se l'attacco riusciva la preda era spacciata.
Viola aveva conosciuto un' eletta che si tagliava con la lametta se falliva la caccia e si tatuava una stella se abbatteva il mostro, trasformando così la sua pelle in una martoriata mappa del cielo.
Lei era meno devota alla 'missione', contava di aver fatto fuori tutti i mostri che aveva avvistato, se qualcuno le era sfuggito.. beh, la perfezione non esisteva.
Estrasse la lista della spesa che Ilaria, la sua migliore amica, le aveva dettato con un messaggio vocale preoccupata dall' idea che lei si nutrisse esclusivamente di pasti preconfezionati.
Poi le avrebbe inviato dei video su come cucinare gli ingredienti acquistati.
Si stava dibattendo tra due tipi diversi di pomodori, diversi secondo il cartellino, perché a lei parevano identici tra di loro e al resto dei pomodori che aveva davanti e che sfoggiavano altri nomi ancora, quando lo vide.
Era alto, un bel po' visto che anche lei era alta e ad occhio e croce la superava di tutta la testa, ed era imponente, quasi come un giocatore di rugby.
Aveva i capelli chiari e la barba e sembrava uscito da uno di quei libri illustrati sulla mitologia per ragazzi . Mitologia nordica nel suo caso.
Stava attraversando veloce il reparto frutta e verdura e siccome Viola nemmeno ricordava l'ultima volta che aveva trovato attraente un uomo, lasciò perdere i pomodori e lo seguì.
Le sue intenzioni erano nebulose ma voleva tenerlo d'occhio, intanto che si schiariva le idee e...Che palle! Pensò battendo un piede per terra.
C'era anche qualcun altro che lo teneva d'occhio, qualcuno le cui intenzioni erano tutt'altro che nebulose.
Lo vide di sottecchi, una figura verdognola, verde muco per la precisione, che camminava rasente agli scaffali.
Il prescelto che le aveva regalato la freccia li aveva battezzati Grumi.
Erano di varia corporatura e la loro pelle sembrava di gelatina verde, ribollente di protuberanze che scoppiavano e si riformavano subito dopo.
Il Grumo che seguiva l'oggetto del suo interesse era sottile, quasi emaciato, il che spiegava perché aveva scelto una preda così possente, gli serviva per crescere.
Per studiarlo doveva farsi superare, cosi lasciò passare un paio di carrelli, e si accodò.
Il Grumo intanto si era seduto sul bordo del carrello più vicino all'uomo.
I Grumi erano invisibili alle persone normali ma occupavano uno spazio fisico e se si andava a sbattere contro di loro assorbivano l'impatto al punto che si aveva l'impressione di aver sbandato o inciampato;
da lì Viola aveva dedotto che i loro attacchi erano mirati, perché sarebbe stato più facile attaccare qualcuno con cui avevano avuto un contatto casuale, qualcuno che gli era finito addosso, e invece no, avevano bersagli precisi.
Il Grumo che stava seguendo poteva anche sembrare gracile, ma se si fosse attaccato all'uomo l'avrebbe prosciugato della linfa vitale con l'efficacia di una grossa sanguisuga.
Ed era un' eventualità che Viola voleva evitare.
Voleva evitarla in genere, ma in questo caso un po' di più.
L'uomo curvò nella direzione opposta del carrello su cui era seduto il Grumo, che saltò giù e continuò a seguirlo a piedi.
Viola li pedinava a poca distanza.
Per i Grumi, l'unico modo per individuare un prescelto era accorgersi di essere sorvegliato, perciò Viola aveva sviluppato una quasi infallibile vista periferica, che usava per seguirli e avvicinarli senza che la notassero.
Nel frattempo l'uomo si era fermato a parlare con una tizia tutta ciglia e sorriso e lei aveva sfiorato il Grumo con il carrello; era stata fulminea a distogliere lo sguardo e a posarlo sulle scatolette di cibo per cani.
Il Grumo sedette ai piedi dell'uomo, tanto vicino che un paio di volte lui si chinò per grattarsi il polpaccio, per prevenire ulteriori contatti Viola urtò il Grumo con il carrello, lo sguardo fisso sull'insegna 'Articoli per animali' appesa sopra la corsia.
Il Grumo balzò in piedi e le indirizzò una smorfia rabbiosa, perfino con la coda dell'occhio vide il suo volto deformarsi..
L'uomo si voltò verso di lei, che arrossì leggermente perché da vicino era anche più bello, e alzò una mano per scusarsi di essergli arrivata così a ridosso.
Trascorsero una decina di strani secondi in cui la donna continuò a parlare di un cane o un gatto e un'allergia, quando l'uomo sgranò gli occhi: “E' passato così tanto tempo che quasi non ti riconoscevo.” si rivolse a Viola con entusiasmo: “Come stai? E come sta Ares? La sua zoppia dovrebbe essere guarita completamente.”
Viola intuì dal suo sguardo che non si trattava di uno scambio di persona, stava cercando un appiglio per sganciarsi dalla tizia.
Si tolse il cappello, liberando i capelli che cascarono disordinati sulle spalle, e sorrise: “Ares sta benissimo. Salta come un grillo.” rispose: “Ti ho pensato spesso.” aggiunse toccandogli un braccio, tanto valeva approfittarne, no?
Era davvero un bellissimo uomo, e aveva un'aria gentile.
La scrutò negli occhi e l'attirò a sé passandole un braccio attorno alle spalle, un abbraccio lieve, quasi incorporeo, e accostò la bocca alla sua tempia fingendo di baciarla e mormorando un grazie appena udibile.
Colpita Viola gli strinse la mano che pendeva sulla sua spalla.
“Siamo cresciuti insieme.” spiegò lui alla tizia, che sorrise tentando invano di nascondere il fastidio.
“Se sei libero ti invito a cena.” propose Viola: “Mi fermo solo pochi giorni.”
Il sorriso dell'uomo era divertito e grato allo stesso tempo. “Volentieri.” disse e poi rivolto alla tizia: “Ti dispiace se facciamo un'altra sera?”
Le dispiaceva si, e non si sforzò troppo di nasconderlo, riuscì però ad estorcersi un mezzo sorriso: “Figurati. Allora domani ti porto Bobo per il controllo. Buona serata.” bofonchiò e si allontanò seccata.
“Grazie, mi hai salvato.” disse l'uomo a Viola: “Non sapevo come cavarmi d'impiccio.”
“Non c'è di che.” replicò lei con un sorriso, intravedendo il Grumo che li fissava.
“Potrei sdebitarmi offrendoti io la cena.” continuò l'uomo.
Viola si riscosse e seguì l'ispirazione: “Stavo appunto comprando gli ingredienti.” spiegò: “Siccome odio cucinare un' amica mi manda dei video, e io odio anche i video perché faccio una fatica tremenda per stare al passo.” spiegò davanti alla sua espressione divertita: “Tu sai cucinare?” chiese sperando di saltare le tappe.
La vicinanza fisica, e l'odore della sua pelle avevano rinforzato l'attrazione che provava per lui, ma soprattutto, se avesse accettato, sarebbe stato più semplice eliminare il Grumo, che li avrebbe seguiti, si sarebbe appostato fuori dal bungalow, e una volta sceso il buio e spente le luci avrebbe attaccato.
Ma almeno questo giro Viola avrebbe giocato in casa.
Questo se l'uomo ricambiava l'attrazione, altrimenti le parti si sarebbero invertite e sarebbe toccato a lei seguirlo e ad aspettare il momento giusto.
E insomma, alla fine lei era in vacanza e voleva un po' di tranquillità.
“Prima di accettare l'invito a casa tua credo sia meglio presentarsi.” disse l'uomo: “Io mi chiamo Daniele.” disse prendendole la mano, aveva una stretta ferma e calda.
“Viola.” ricambiò lei.
Dopo aver sciolto la stretta, con riluttanza, lui lanciò un' occhiata al suo carrello vuoto e Viola arrossì, avrebbe potuto essere sincera e dirgli che lo stava seguendo, se lui non l'avesse appena usata per liberarsi di un'altra pretendente.
“E' che tutti i pomodori sono uguali, e mi sono scoraggiata.” e già che si trovavano nella corsia per gli animali aggiunse: “Così ho pensato di partire dalla cena del gatto.”
Daniele continuava a guardarla divertito, e lei si sentì rincuorata.
“Quello che ho preso io è sufficiente per una cena.” disse lui: “Controlla che sia tutto di tuo gusto.”
“E' perfetto.” dichiarò Viola sulla fiducia, e poi non le interessava, voleva solo uscire di lì e andare a casa, con lala speranza che Daniele non dovesse fare tappe altrove.
Prese dallo scaffale quattro scatolette dell'unica marca che Serafino si degnava di mangiare e le buttò nel proprio carrello.
“Chi è Ares?” domandò mentre si avviavano alla cassa.
Era esilarata dalla situazione, era la prima volta che invitava un uomo a casa sua, così sui due piedi e soprattutto era la prima volta che un uomo le piaceva tanto da spingerla a farlo.
“Ares è stato il mio primo paziente, si era ferito ad un zampa saltando da un muretto. Era un pastore tedesco un po' tonto.”
Un veterinario, agli occhi di Viola il suo fascino aumentò ancora.
“Era?” chiese.
“Si, saranno passati almeno 25 anni.” replicò lui.
“Il mio gatto ogni tanto finge di essere morto.” disse Viola e Daniele scoppiò a ridere.
“E hai scoperto perché?” domandò.
Lei alzò le spalle e rispose: “E' un suo vezzo.”
In verità, Serafino si fingeva morto quando era il momento di scagliare la freccia, ormai avevano una perfetta sincronia.
“E'
così che ci siamo trovati.” spiegò: “Era sdraiato sul
marciapiede, io mi sono chinata per controllare e lui è saltato su
spaventandomi a morte. Da lì è rimasto con me.”
La storia era
vera, aveva solo evitato di menzionare il Grumo che stava seguendo.
Superate le casse uscirono nel parcheggio e furono avvolti da una pellicola di umidità, l'asfalto era bagnato segno che vi era stato un altro scroscio di pioggia.
Daniele si fermò e la guardò con aria interrogativa. “Sei qui in macchina?” le chiese.
“No, non ne ho una.” rispose lei: “La casa è poco distante.”
Seguì un breve silenzio, un incerto silenzio, che Viola, supponendo che, forse, anche per lui fosse una situazione insolita, decise di rompere subito: “Se sei libero da impegno possiamo andare direttamente da me.”
Lui abbozzò un sorriso sollevato: “Sono libero, ma uscito dall'ambulatorio sono venuto qui, e avrei proprio bisogno di rinfrescarmi.”
Già, aveva una giornata di lavoro addosso, più il caldo e l'umidità.
Ma Viola non poteva, e soprattutto non voleva, perderlo di vista, il Grumo non l'avrebbe fatto.
“Fingiamo di essere davvero cresciuti insieme.” disse posandogli la mano su un braccio: “In tal caso farti una doccia a casa mia sarebbe normale, no?”
Daniele esitò un attimo: “Immagino di si.” rispose lui
Probabilmente si stava chiedendo che fretta ci fosse, ma era disposto a procedere.
Raggiunsero la sua auto, una quattro porte verde metallizzato col tettuccio a scacchiera, con il Grumo alle calcagna.
Viola sapeva che li avrebbe seguiti correndo o saltando, o aggrappato alla macchina, e se pure li avesse persi per strada, li avrebbe ritrovati con il suo fiuto soprannaturale.
E per la prima volta, oltre alla consueta irritazione, provò paura.
Doveva farlo fuori appena possibile.
“Tutto bene?” domandò Daniele.
Viola si riscosse: “Si, è che pensavo che forse ti sembro impaziente ma... ma lo sono.” ammise.
Lui scoppiò a ridere: “Beh, lo sono anch'io, e se vuoi saperlo non ho mai fatto la doccia in casa altrui prima di ...cenare.”
La breve esitazione nel concludere la frase le diede una bella scossa al sistema endocrino, facendole scordare il Grumo per una manciata di secondi.
“E a proposito, forse dovremmo rompere il ghiaccio definitivamente.” aggiunse lui sfiorandole il viso.
Viola sentì una fitta al basso ventre, avrebbe voluto avvertirlo, che era un po' arrugginita, sebbene potesse trovarlo strano, data la situazione, ma perché sprecare tempo in parole?, tanto se ne sarebbe accorto.
La sua barba le solleticò il viso, le labbra erano morbide e la bocca aveva un che di dolce e di fresco, come un sorbetto; Viola gli passò una mano tra i capelli e scese fino al collo.
Era in fiamme e stare seduta sulla parte interessata stava diventando difficile.
Forse non era poi così arrugginita, perché lui fu reticente nel lasciarla andare.
Ma dovevano muoversi, il Grumo si era seduto sul baule e li fissava.
Lo intravedeva dallo specchietto, e anche lì doveva stare attenta a non incrociare il suo sguardo.
“Andiamo.” disse: “La casa dove sto è spaziosa, e fresca.”
Avrebbe voluto aggiungere che era anche dotata di un grande letto, ma le parve troppo sfacciato, nonostante tutto.
Daniele mise in moto e il Grumo saltò giù, il larghi piedi palmati produssero il rumore di uno straccio bagnato sull'asfalto e attrassero l'attenzione di Daniele: “Cos'è stato?” chiese.
“Non saprei.” rispose Viola serena, inutile fingere di non aver udito e inutile inventarsi spiegazioni che non era tenuta a dare.
In strada il Grumo li seguiva a grandi balzi, zigzagando tra le auto.
“Pensavo fosse più vicina.” disse Daniele parcheggiando davanti al bungalow.
Avevano viaggiato in silenzio, lui assorto nella guida, lei con gli occhi fissi sullo specchietto retrovisore.
“E' che sono abituata a camminare, e ho cominciato a valutare le distanze, diversamente.”
Era uno dei vantaggi degli eletti: un po' più di resistenza e di forza fisica, se Daniele fosse stato un prescelto la sua stazza l'avrebbe reso invincibile.
Il Grumo intanto si era nascosto tra le fitte siepi della casa di fronte al bungalow, dove sarebbe rimasto fino al calar della notte, a raccogliere le energie per l'attacco.
“Non spegni le frecce?” chiese Viola; oddio mica ci aveva ripensato?
Daniele esitò un attimo e poi rispose: “Sei sicura di...”
Lei lo interruppe baciandolo: “Sono sicura di voler entrare subito in casa.” disse. “A meno che non abbia cambiato idea tu.” aggiunse, ma un rapido sguardo ai suoi pantaloni la rassicurò e elettrizzò nello stesso tempo.
Fuori vennero di nuovo investiti dal caldo umido, l'interno del bungalow invece era fresco grazie ad un filo di corrente e alle pale che Viola aveva lasciate accese per Serafino.
Mentre lei toglieva giacca, cappello e stivali Daniele posò le borse della spesa sul tavolo e il gatto vi piombò sopra scivolando poi di lato e fingendosi morto per una manciata di secondi, perché era anche un buffone.
“Te l'ho detto.” disse Viola.
Daniele scoppiò in una risata e Serafino cominciò a strofinarsi contro il suo stomaco, suscitando l'invidia di Viola.
L'uomo sollevò e lo gli diede una buona occhiata: “Sembra giovane ma è un gatto adulti.” commentò.
“E' con me da cinque anni.” disse Viola mentre il gatto le saliva sulla spalla per balzare sul tavolo e tornare al suo cornicione preferito.
“E' presto per cucinare.” disse Viola, sfiorando il braccio di Daniele.
Era incerta su come continuare, ignorava la procedura corretta per occasioni simili.
Lui le accarezzò i capelli e si chinò leggermente per baciarla: “Ho davvero bisogno di fare una doccia.” mormorò con le labbra sulle sue.
“Dopo.” replicò Viola stringendogli le spalle.
“Ma sono sudato.” obbiettò Daniele, scendendo sul suo collo.
Era vero, era accaldato e l'odore della sua pelle, che l'aveva inebriata sin dal principio, adesso era mischiato al sudore, sudore maschile, pulito, che Viola trovò eccitante.
“Meglio.”
mormorò slacciandogli la camicia: “Sono sudata anch'io.”
aggiunse scoprendogli le spalle; notò che aveva un tatuaggio sul
lato sinistro del torace, una specie di ghirlanda, appena sopra il
cuore.
Ma ci avrebbe pensato dopo, prima doveva soddisfare l'
urgenza di .. conoscerlo carnalmente.
Gli accarezzò le spalle e le braccia facendo scivolare la camicia sul pavimento, sotto quell'apparenza morbida aveva muscoli solidi, tant'è che prima che potesse slacciargli i pantaloni, la sollevò senza sforzo apparente: “Da che parte?” chiese e Viola gli indicò la camera da letto.
Era una stanza luminosa con due gradi finestre ovali, una proprio di fianco al letto che era ampio, con lenzuola azzurre e un copriletto giallo pallido arrotolati in fondo, perché faceva troppo caldo per coprirsi, e in generale Viola non rifaceva il letto.
Daniele la adagiò sopra e lei si mise seduta sul bordo perché era veramente, veramente, ansiosa di slacciargli i pantaloni.
Stavolta la lasciò fare e lei glieli abbassò sulle cosce, poi toccò ai boxer la cui elasticità era messa a dura prova, era il caso di dirlo, dalla sua erezione, che svettava da un ciuffo di peli chiari.
E per la prima volta in vita sua, l'ennesima in quello strano giorno, Viola sperimentò la sensazione di acquolina in bocca di fronte ad un organo maschile, e lo stesso una parte del suo pensiero corse ad Ilaria, e alla sua passione per gli uomini grandi e grossi che però, con suo grande sconforto e frustrazione, spesso avevano tra le gambe un triste vermicello;
se fosse stata il tipo le avrebbe mandato una foto della piccola proboscide che si trovava di fronte, invece si apprestò a prenderlo in bocca, sudore o non sudore non le interessava, ormai l'odore dei loro corpi l'aveva intossicata;
fece appena in tempo a sfiorarne la punta con la lingua che Daniele si mise fuori portata, si chinò per baciarla, poi finì di spogliarsi e la raggiunse.
Imbambolata lo guardò mentre le sfilava i jeans, la canottiera e le mutandine.
Era sopraffatta dal desiderio al punto da non riuscire a parlare, e aveva fretta di arrivare al dunque.
Daniele riprese a baciarla, accarezzandole la schiena e seguendo con le dita la colonna vertebrale, giù fino ai lombi, sui fianchi, le cosce e poi insinuò due dita all'interno, dolcemente, strappandole un gemito di piacere, Viola affondò il viso nel suo collo, inspirando l'odore della sua pelle, mentre lui la sondava più in profondità per poi uscire e concentrarsi sul punto più sensibile e lei gemette di nuovo, i fianchi che rispondevano al suo tocco; sarebbe anche potuta venire così, ma lo voleva dentro.
Lo baciò su una spalla e disse: “Ti prego, non posso più aspettare, è da quando ti ho visto al supermercato che sto aspettando questo momento.”
Daniele abbozzò un sorriso e le sue iridi divennero più scure, si appoggiò alla spalliera del letto e le tese una mano, come per invitarla a ballare, Viola la prese e si spostò su di lui, e per quanto fosse eccitata scoprì che il suo corpo doveva adattarsi, era una questione di circonferenza più che di lunghezza, e di nuovo un pensiero fugace corse ad Ilaria, gli strinse le spalle e scese su di lui lentamente, i suoi muscoli che si tendevano per accoglierlo e la crescente sensazione di ficcarsi qualcosa in gola, cosa che comunque aveva in mente di fare.
Apprezzò il suo sforzo nel rimanere fermo, le accarezzava i seni con fervore, ma parte della sua concentrazione era impiegata nel restare immobile, lo sentiva nella tensione delle sue gambe e soprattutto nella pulsazione che, adesso, avvertiva dentro di sé.
Quando, finalmente, fu seduta sopra di lui Daniele sospirò e diede una spinta verso l'alto.
Stordita dall'insolita sensazione di pienezza Viola si sarebbe volentieri accasciata su di lui, lasciandogli totale libertà di movimento, perché ogni sua, anche minima, mossa faceva scaturire scintille dalle sue terminazioni nervose; i suoi muscoli si erano stretti intorno all'ospite tanto che per Daniele l'immobilità era diventata impraticabile e aveva cominciato a muoversi.
Viola tentava di assecondare il suo ritmo, le dita premute nelle sue spalle, gli occhi serrati, respirava profondamente, sperando di recuperare un pizzico di lucidità e autocontrollo per evitare di venire subito.
Chissà se anche lui cercava di controllarsi o era abituato a mantenere il controllo, come aveva dimostrato fin lì.
Adesso le sue mani, aveva mani grandi e belle, le coprivano le natiche massaggiandole e la bocca aveva preso il loro posto sui suoi seni.
E comunque, nonostante l'entusiasmo con cui il suo corpo si era adattato all' intrusione
era difficile muoversi su quell'affare, almeno per lei, ma la difficoltà era compensata dal piacere, che si diramava come in una rete elettrica, o come lucine di natale che dopo aver raggiunto il massimo bagliore sarebbero esplose tutte insieme.
Gli passò una mano tra i capelli e mormorò: “Dubito di durare ancora molto.”
“Non devi.” rispose lui, assestandole un altro paio di colpi facendola venire.
E stavolta Viola, dopo aver visto le stelle come nei cartoni animati, si accasciò su di lui.
Daniele non era venuto, era ancora dentro di lei, una mano su un fianco con l'altra le accarezzava la schiena.
Viola, sdraiata su di lui, respirava l'aroma della sua pelle mentre il suo battito si regolarizzava.
“Sono felice di averti impedito di fare la doccia.” disse appoggiando il mento alla sua spalla.
Daniele rise: “Lo prendo come un complimento e non come una constatazione del fatto che puzzo.” replicò
“Ma è un complimento e se puzzi tu puzzo anche io.” dichiarò lei, contornando con l'indice il suo tatuaggio, stava per chiedergli cosa rappresentasse quando lui cominciò a muoversi.
Provò a sollevarsi per agevolarlo, per contribuire, ma lui la tenne stretta, allora strinse le cosce contro i suoi fianchi facendolo gemere e spingere più a fondo, e lo baciò sul collo accarezzandogli il torace.
Daniele le fece alzare il capo per baciarla e con un movimento fluido ma deciso ribaltò la posizione aumentando il ritmo e la frizione tra i loro corpi.
Viola inarcò la schiena, di nuovo con quel cerchio di stelline che le girava intorno alla testa, e prese a stuzzicargli i capezzoli con la lingua e i denti, affondando le dita nei suoi glutei e innescando in lui una reazione viscerale che lo condusse ad un orgasmo poderoso, e lei venne una seconda volta.
Subito dopo Daniele rimase sospeso sopra e dentro di lei per un lungo istante , muovendo lentamente i fianchi poi uscì con delicatezza e si distese al suo fianco.
“Mi spiace.” mormorò passandosi una mano sul viso.
“Ti spiace?” domandò lei sorpresa, puntellandosi su un gomito.
“Credo sia la prima volta in anni, anzi decenni, che dimentico le precauzioni. Ed eravamo pure al supermercato.
“Beh, vale anche per me.” replicò Viola: “Ma ti assicuro che puoi stare tranquillo.” aggiunse.
Ed era vero, il fardello di essere prescelti garantiva un altro paio di vantaggi non trascurabili: un sistema immunitario potenziato e la sterilità.
Quest'ultima per la maggior parte di loro era una carenza, invece per lei era una rottura di scatole in meno.
( lei più che altro la trovava illogica, ma poi era inutile parlare di logica in una situazione come la loro),
Ci mancava solo che le poche volte che trovava un uomo con cui desiderasse fare sesso dovesse pure pensare agli accessori.
Dover trascinare arco e frecce in ogni ambito della sua vita bastava e avanzava..
Inoltre, in quel caso specifico, le piaceva che fosse venuto dentro di lei, le piaceva persino sentirlo gocciolare lungo l'interno coscia, e il piacere era amplificato dalla certezza che non ci sarebbero state conseguenze.
“Anch'io sono pulito.” replicò Daniele e scosse la testa: “E' da quando ero un adolescente in piena tempesta ormonale che non mi capitava di essere così annebbiato.”
Viole sorrise e lo baciò sulle labbra: “Buon per me.” disse.
“Buon per me.” ribatté lui stringendola a sé: “Stavo per rimanere incastrato in una serata mortalmente noiosa e invece la fortuna mi ha arriso.”
Viola gli accarezzò il viso, e il velo di barba : “La fortuna non c'entra. Ti stavo seguendo.” confessò.
“Davvero?” chiese lui giocando con una sua ciocca di capelli, gesto che Viola trovò stranamente intimo.
“Si, capita di rado che un uomo susciti il mio interesse e così ti ho seguito.”
Daniele sorrise: “Perciò hai fatto apposta a venirmi addosso col carrello?”
“No, è che fissandoti ho dimenticato di tener conto delle distanze.” rispose Viola.
Lui sogghignò: “Allora il tuo è stato un soccorso fortunoso.”
“Per metà. Ho capito subito la tua richiesta d'aiuto no?” disse, rendendosi conto in quel momento che quell'uomo appena conosciuto era importante.
Aveva qualcosa che lo rendeva importante, qualcosa che le sfuggiva.
“Si, quando ti ho vista ho capito subito che avrei potuto contare su di te. Che mi avresti salvato.” dichiarò lui, semiserio, non potendo immaginare quanto fosse vicino alla verità..
“E questo?” domandò Viola tracciando il tatuaggio con la punta dell'indice: “Sembra una ghirlanda.”
“Lo è.” rispose Daniele: “Mia nonna ripeteva che ero un bambino speciale e mi metteva al collo delle collane di erbe intrecciate che secondo lei avrebbero tenuto lontani gli spiriti maligni.” raccontò: “E quando sono cresciuto mi costringeva a tenerle in tasca, in sacchettini fatti da lei, costringendomi a promettere di portarle sempre con me. Quando è morta me le sono fatte tatuare.”
Viola deglutì il magone che le era salito figurandosi la nonna che metteva la ghirlanda protettiva al collo del nipotino.
Che era un bambino speciale.
Si, ci avrebbe scommesso che lo era, si vedeva anche adesso.
Sperando che lui non si fosse accorto della sua commozione, chiese: “Tua nonna era superstiziosa o aveva la vista?”
“Aveva le sue credenze.” rispose Daniele laconico.
Viola intravide il Grumo affacciato alla finestra, strano, di solito se trovavano riparo vi rimanevano fino al momento dell'attacco, e si mise seduta per bloccargli il panorama.
Chissà che tipo di pensieri correvano in quella testa bitorzoluta, e soprattutto chissà da quanto tempo li stava osservando e se li aveva visti accoppiarsi.
Se anche Serafino era venuto a fare il morto, difficilmente se ne sarebbero accorti, durante.
E in ogni caso, al momento era innocuo.
“Iperico e verbena.” disse continuando a tracciare il tatuaggio.
Daniele la guardò stupito.
“Ho delle conoscenze informate.” spiegò lei: “E tatuaggio a parte, le tieni ancora in tasca?”
Daniele esitò un attimo prima di assentire.
“Bravo.” disse Viola, e si chinò e lo baciò sulle labbra, sul collo e per ultimo sul tatuaggio.
“Ora tocca a me una domanda.” disse lui passandole le dita tra i capelli: “Ho visto arco e frecce appoggiati al muro quando siamo arrivati.”
Quando lo lasciava a casa Viola lo teneva fuori dalla custodia, per farlo respirare.
“Deve averli scordati l'inquilino precedente, o fanno parte dell'arredamento.” mentì
Aveva imparato che era meglio sviare subito la conversazione, per evitare che partisse un questionario, com'era capitato in passato, o peggio ancora la richiesta di un saggio delle sue capacità.
Daniele la scrutò per qualche istante ma si astenne dal fare altre domande.
“Ora ho il permesso di fare una doccia?” domandò tirandosi sui gomiti.
“Se proprio devi.” rispose lei: “Ma non usare troppo sapone.”
Lui rise e si alzò, Viola, che sentiva gli occhi del Grumo piantati sulla schiena, si alzò a sua volta, lo accompagnò in bagno e gli mise a disposizione degli asciugamani puliti e quando tornò in camera sentì aleggiare l'odore dei loro corpi mescolato quello del sesso, era una miscela quasi intossicante.
Rimise canottiera e mutandine, si sdraiò sotto le pale e ripensò alla nonna di Daniele, alla sua lungimiranza.
Se la sua non era mera superstizione, e Viola tendeva ad escluderlo, forse vedeva anche lei dei mostri, o spiriti maligni, come li aveva definiti, forse era una medium, o un diverso tipo di prescelta.
Un tipo che si poteva riprodurre.
Ma qualunque cosa vedesse, era differente dai Grumi, contro i Grumi le erbe erano inutili.
L'importante era che avesse protetto il nipote.
“Grazie nonna, per averlo fatto arrivare vivo fino a me.” mormorò.
Daniele riapparve in quell'istante, con un asciugamani stretto intorno ai fianchi mente con un altro si strofinava i capelli.
“Adesso mi metto a cucinare.” annunciò allegro.
“Ok.” rispose Viola sedendo sul bordo del letto, con un rapido gesto lo liberò dell'asciugamani ritrovandosi nella situazione iniziale, solo che stavolta avrebbe portato a compimento la missione.
Sapeva
di non poterlo prendere in bocca tutto, ma avrebbe fatto del suo
meglio, specie perché al momento era semi eretto.
Prima che
Daniele potesse esprimersi gli mise le mani sulle cosce e lo prese
tra le labbra spingendosi fino al ciuffo di peli, intanto che ancora
poteva.
Lui emise un rauco verso di piacere e le posò una mano sul capo infilando le dita tra i capelli.
Più Viola si impegnava e più il ciuffo si allontanava, il che era un buon segno, valeva lo sforzo della mascella, continuò nella sua opera incoraggiata e confortata dai suoi gemiti di piacere e dal fremito nelle sue gambe, e quando lui l'avvertì che stava per venire, lasciò che le venisse in bocca, anzi in gola, dove si trovava.
Viola era sempre stata poco propensa ad un eccessivo scambio di fluidi, ma qui era diverso.
Tutto ciò che lo riguardava era diverso.
Quando ebbe finito di venire lo lasciò andare.
“Ora puoi metterti ai fornelli.” gli disse.
“Ora ho le ginocchia molli.” replicò lui sedendosi al suo fianco.
“E' la prima volta che desidero e lascio che mi si venga in bocca.” aggiunse Viola.
Voleva che lo sapesse, anche se non si fossero mai più rivisti, voleva che questo lo sapesse.
“Ne son onorato.” rispose Daniele.
Aveva l'aria sincera e Viola gli sorrise.
Era una sensazione curiosa avere in bocca il sapore di un'altra persona, nel caso di Daniele era un sapore agrodolce, più sul versante dolce che agro.
I loro stomaci brontolarono all'unisono riscuotendoli.
Lui infilò i boxer e una vota in sala recuperò la camicia.
Serafino li accolse atterrando sul tavolo, protestando: “Lo so, ho visto.” lo interruppe Viola: “Ora taci.” disse prendendo una delle sue scatolette.
Daniele si voltò: “Hai visto cosa?”
“Che siamo in ritardo sulla cena.” borbottò lei.
Offeso da quella patetica menzogna Serafino riprese la protesta.
“Hai ragione, è una cosa seria, ma per favore adesso piantala.” disse Viola.
“Avete spesso di queste conversazioni?” chiese Daniele divertito.
“Meow.” rispose il gatto saltando sul frigo dove rimase ad osservare Daniele che cucinava.
“Continuamente. E' pignolo da morire.” disse Viola.
Ridacchiando Daniele iniziò a tagliare un pomodoro mentre lei stendeva la tovaglia.
“Sei qui in ferie?” domandò lui.
“Una specie, il ristorante dove faccio la cameriera si trasferisce in un'altra zona e stanno facendo i lavori.”
Era una mezza verità, ma meglio di niente.
Non poteva girarsi, ma aveva l'impressione che le finestre fossero sgombre, Serafino era tranquillo, impegnato a pulirsi gli occhi con la zampa.
Adesso la principale preoccupazione di Viola era che Daniele si fermasse a dormire, o almeno fino all'alba, per lui andarsene era pericoloso e lei non aveva una macchina per seguirlo.
E doveva proteggerlo, voleva proteggerlo.
Lo lasciò cucinare in pace e andò in bagno a rinfrescarsi.
Contava su un altro round dopo cena, magari, e se proprio preferiva andarsene, forse sarebbe riuscita a trattenerlo fino al sorgere del sole.
Con la luce era al sicuro, ma il problema sarebbe rimasto.
Spazzolò i capelli, tornò in sala e vide che Daniele aveva anche finito di apparecchiare.
La invito a sedersi e lei prese posto dove poteva controllare i movimenti di Serafino.
“Tua nonna aveva dei motivi per credere che avessi bisogno di protezione?” domandò spezzando il pane.
Daniele la guardò colpito: “Delle persone con cui ne ho parlato, sei stata l'unica a chiedermelo in questi termini.” commentò.
“Cioè?” domandò lei a bocca piena; negli anni aveva accumulato un sacco di cattive abitudini, che era bene cominciasse a perdere, pensò.
Ma con calma.
“Cioè senza implicare che fosse matta.” rispose lui.
“Il fatto che volesse proteggerti per me è sintomo del contrario.” dichiarò Viola.
Daniele mise in tavola due piatti di salmone con contorno di verdure dal profumo squisito.
“Mia nonna era convinta che ci siano entità maligne da cui guardarsi.” spiegò.
“Entità in senso di spiriti o corporee?” chiese lei.
Daniele la studiò per qualche istante: “Lei li definiva spiriti.”
Viola annuì e, per timore di sbilanciarsi, lasciò cadere l'argomento, perché un conto era una nonna amata, un conto una sconosciuta con cui si è stati a letto e che poteva rivelarsi un' esaltata con arco e frecce a disposizione.
“E' buonissimo.” disse invece, indicando il piatto.
Daniele sorrise: “E' che sei affamata.”
“No no, è davvero squisito.”
Come tutto ciò che era arrivato da lui fino a quel momento, d'altronde.
“Allora grazie.” rispose lui e bevve un sorso d'acqua.
Serafino balzò su un angolo del tavolo, poi sullo schienale della sedia e infine sul cornicione interno dell'unica finestra rettangolare del bungalow, segno che il Grumo si era avvicinato di nuovo.
Per i Grumo era scontato che gli animali li vedessero, perciò rimanevano concentrati sulla preda senza preoccuparsi.
Daniele mangiava in silenzio, apparentemente assorto nei propri pensieri; Viola avrebbe voluto fargli domande sulla sua vita, ma il desiderio di tornare a letto al più presto superava il resto.
Avrebbero parlato dopo, sperava.
E a proposito di letto: “E' la prima volta in vita mia che faccio una cosa simile.” disse, e davanti al suo sguardo interrogativo aggiunse: “Che vado a letto con un uomo appena conosciuto.” e arrossendo leggermente continuò: “Non so cosa mi sia preso, ma quando ti ho visto al supermercato ho sentito che dovevo provarci. E il mio cervello non ha avuto voce in capitolo.”
Daniele scoppiò in una risata bonaria: “Il tuo candore è rinfrescante.” disse versandosi un po' di birra: “Quando mi hai quasi tamponato col carrello e hai alzato la mano.”
“Si?” chiese Viola.
“E' stato il momento in cui ho avuto la certezza che ci saremmo capiti al volo.” spiegò lui.
Viola sorrise: “Quindi se ci capiamo al volo...” disse alzandosi e tendendo la mano.
Daniele la prese e si alzò a sua volta.
Serafino prima si stiracchiò poi si sdraiò a pancia in su.
Il Grumo doveva essere appena fuori.
Comunque c'era ancora luce e in casa tutte le lampade erano accese.
Si spogliarono a vicenda del poco che indossavano e Viola prese i suoi boxer, erano azzurri costellati di cagnolini: “Belli.” commentò divertita.
“Regalo di Natale dei miei spiritosissimi colleghi.” spiegò lui sdraiandosi e trascinandola con sé: “Confezione da sei.”
Viola stava per replicare che sperava di vedere anche gli altri ma si trattenne.
Con sua sorpresa si baciarono a lungo e poi lui a passò all'azione, deciso a ricambiare le attenzioni che Viola gli aveva riservato prima di cena.
La fece venire con le dita e la lingua in maniera così intensa che rimase intontita per un paio di minuti buoni, durante i quali lui si alzò per prendere una bottiglia d'acqua e Serafino si avvicinò per controllare che stesse bene.
Quando Daniele tornò il gatto balzò sull'armadio da dove poteva controllare sia loro che la finestra.
“Mi piacerebbe fermarmi qui stanotte.” disse Daniele accarezzandole un braccio: “Se per te va..” Fu interrotto da un bacio, con cui Viola espresse il suo sollievo: “Ci speravo.” mormorò e posò la mano sul tatuaggio, da lì sentiva il cuore ancora un po' accelerato.
Ora avrebbe solo dovuto aspettare che si addormentasse, spegnere la luce, prendere l'arco e aspettare il segnale di Serafino, al che si sarebbe piazzata davanti alla finestra e avrebbe scoccato la freccia.
“Domani è anche domenica, e se sei libero e ne hai voglia possiamo prendercela comoda.” gli propose stringendosi allungando una gamba sulle sue.
Daniele l'accarezzò e sorrise: “E' un'ottima idea.” disse.
Ci furono due round aggiuntivi prima che il sonno lo avvolgesse, e Viola dovette costringersi a toglierli le mani di dosso perché se l'alba li avesse trovati ancora svegli avrebbe dovuto rimandare l'uccisione del Grumo alla notte successiva, e non aveva la garanzia di poter giocare ancora in casa.
Daniele si addormentò a pancia in giù, il viso sprofondato nel cuscino e un braccio intorno ai fianchi di lei, che invece era in allerta, e in attesa che lui scivolasse in un sonno profondo.
Quando il suo respiro si fece più quieto e il braccio più pesante aspettò altri dieci minuti, per sicurezza, e poi spense la lampada.
Le dispiaceva lasciare una posizione tanto confortevole, ma Serafino era già al suo posto e lei doveva essere pronta, se tutto andava bene avrebbe risolto la situazione in una mezz'ora.
Dalla finestra entrava una lieve brezza e dopo aver scostato delicatamente il braccio di Daniele ed essersi alzata gli sfiorò i capelli con le labbra e tirò su il lenzuolo, finalmente consapevole di essersi innamorata.
“E adesso?” sospirò rimettendo canottiera e slip.
E adesso? Beh intanto la cosa più importante era salvarlo.
Recuperò arco e freccia e sedette sul bordo del letto, aspettando il segnale.
Serafino era impegnato nella toeletta, attività che non inficiava le sue prestazioni.
Nel momento in cui si avesse fatto il morto Viola avrebbe dovuto alzarsi e scoccare la freccia.
E così fece. Serafino si buttò a pancia in su lei si sollevò e si trovò davanti il Grumo, il cui stupore durò la decina di secondi necessari ad essere colpito.
Era lo stupore che li fregava sempre, ed era uno dei motivi per cui era fondamentale imparare ad ignorarli.
Viola lo trafisse in mezzo al busto e il Grumo, gli occhi giallognoli spalancati e la bocca spalancata in un grido silenzioso, indietreggiò e cadde dal portico.
Serafino raramente partecipava al post uccisione, per via del fetore, e infatti sparì, lasciando Viola con un altro spettatore.
“Cos'era?” domandò Daniele posandole una mano sulla spalla e lei trasalì.
Per un uomo della sua stazza era silenzioso.
“La ragione per cui tua nonna ti metteva la ghirlanda al collo.” rispose Viola: “O almeno una delle ragioni.
Si girò e vide che l espressione attonita di lui rifletteva quella del Grumo, e se non fosse stata esausto la cosa l' avrebbe divertita.
A Daniele ci volle un po' per articolare una frase e Viola, sebbene ansiosa di estrarre la freccia e finirla lì, giudicò più saggio aspettare che lui si riavesse.
“Per favore, spiegami cos'è successo.” domandò, con un lieve affanno.
Viola gli prese la mano e la strinse: “Prima dimmi cos'hai visto.” disse, e lui compì un altro gesto che la impressionò, portò la sua mano alla bocca e ne baciò le nocche: “Mi sono svegliato perché faticavo a respirare con la faccia nel cuscino e tu non c'eri, poi ti ho vista seduta sul letto, quando ti sei alzata mi sono alzato anch'io per vedere cosa stessi guardando e ti ho vista tirare al vuoto e subito dopo è apparsa quella creatura con la freccia conficcata nel petto.”
Creatura.
“Mostro.” lo corresse Viola.
“Mostro.” ripeté Daniele: “E' ancora la fuori?”
Lei annuì: “E' morto, ormai.”
“E posso vederlo?” chiese lui dopo una breve esitazione.
Viola lo guardò sorpresa: “Sei sicuro? è un brutto spettacolo.”
“Io faccio il veterinario, purtroppo sono abituato ai brutti spettacoli.”
“Ok allora, ma metti i boxer, e le scarpe.”
Già, si era dimenticato di essere nudo.
Giù dal portico giaceva il Grumo, la freccia piantata nel torace e l'espressione di stupore congelata sul viso; con la pelle gelatinosa piena di bitorzoli e vesciche e le braccia e le gambe spalancate sembrava una mostruosa stella marina.
Viola notò che stringeva qualcosa nella mano destra, delle bacche rosse.
Strano.
Daniele si chinò per osservarlo e quando fece per toccarlo Viola lo afferrò per il polso: “Meglio di no.” disse.
Lui si raddrizzò: “Che cos'è?” domandò di nuovo.
“Te l'ho detto, è un mostro.” replicò Viola.
“E arco e frecce sono tuoi, perciò sapevi della sua esistenza.” disse Daniele a bassa voce.
Viola si limitò ad annuire.
“E che voleva ucciderti.” aggiunse lui
“Credi davvero che sapendo di avere un mostro alle calcagna ti avrei invitato qui? Esponendoti ad rischio inutile? Ti do l'impressione di essere così sconsiderata?” chiese Viola, si sentiva sull'orlo delle lacrime e le ricacciò indietro.
Erano anni che non piangeva, e adesso, il sollievo di aver neutralizzato la minaccia che incombeva su Daniele, le aveva rimesse in circolo.
Passò il dorso della mano sugli occhi, e quando lo guardò vide che il significato delle sue parole l'aveva raggiunto.
“Voleva uccidere me?” domandò attonito.
Lei assentì.
“E tu come facevi a saperlo?”
“Io li vedo anche quando sono invisibili. Sono una prescelta.” rispose Viola con tono ironico.
Daniele stava per porre altri quesiti ma lei lo bloccò:
“Adesso devo sistemare questo, quando rientriamo risponderò a tutte le tue domande.” assicurò.
“Bene, cosa dobbiamo fare?” chiese Daniele.
“Tu niente. Io devo estrarre la freccia, aspettare lui si sciolga e poi coprire le ceneri, con il sale.”
Daniele era intenzionato a restare dov'era.
“L'odore che emana mentre si scioglie è tremendo.” aggiunse Viola.
“Gli odori tremendi fanno parte del mio lavoro.” ribadì.
Stavano perdendo tempo, Viola gli fece cenno di coprirsi naso e bocca, lei fece lo stesso si avvicinò al Grumo afferrò la freccia e con uno strattone la estrasse provocando un disgustoso rumore di risucchio.
Si allontanarono, mentre il corpo del Grumo iniziava a gorgogliare e il fetore a diffondersi nell'aria superando la barriera della mano e irritando gli occhi.
Terminato il processo di dissoluzione rimase solo la cenere a richiamare la forma del Grumo e le bacche.
Era inconsueto per un Grumo avere qualcosa in mano, perché durante l'attacco le mani erano indispensabili.
Viola si chinò e le raccolse, erano semplici bacche rosse lucide e quando rientrarono per prendere il sale le posò sul tavolo, insieme alla freccia.
Aveva comprato sei pacchi di sale marino grosso appena arrivata, perché era certa che presto o tardi le sarebbero serviti, e con l'aiuto di Daniele li portò fuori tutti.
“Perché non abbiamo cosparso il corpo prima di estrarre la freccia?” chiese Daniele, mentre distribuivano il sale; ad ogni manciata si alzava una nebbiolina che profumava vagamente di mare.
Era un'ottima domanda.
“Ci ha provato uno che è costretto ad ucciderli col cucchiaio, e il corpo ha cominciato a sfrigolare emanando un tanfo anche peggiore, e invece delle ceneri rimane una poltiglia.” rispose Viola raccogliendo le scatole vuote.
“Con un cucchiaio?” ripeté Daniele perplesso.
“Lavorava nella cucina di un ristorante, e il primo l'ha ucciso davanti alla cella frigo con quello che aveva in mano.” spiegò lei
Daniele sbuffò una mezza risata:“E allora a cosa serve il sale?” domandò.
Viola lo guardò, in piedi seminudo, spettinato, con una scatola di sale per mano e di nuovo fu assalita dal sollievo per averlo salvato e fece un enorme sforzo per trattenere le lacrime: “Il sale disinfetta e neutralizza ...”
“...le energie negative.” concluse lui: “Mia nonna lo ripeteva sempre.”
Santa nonna, pensò Viola, chissà da cosa l'aveva salvato lei.
Finalmente poterono rincasare, e fu allora che Viola notò che la frazione di portico sotto la finestra della camera era stata 'decorata' con una moltitudine di bacche rosse e gialle e foglie verdi.
Le si strinse lo stomaco, era un comportamento senza precedenti.
“Cosa c'è?” chiese Daniele.
Lei indicò la decorazione e rispose: “Non lo so.”
Allora lui lasciò cadere una delle scatole, le prese la mano e la condusse su per i gradini.
Una volta all'interno chiuse la porta alle sue spalle e Viola spostò la freccia vicino all'arco e sedette al tavolo, Daniele mise il bollitore sul fuoco e si sistemò di fronte a lei.
“Chi sono quelle creature? E da dove vengono?” le domandò.
Viola
alzò le spalle, gli occhi fissi sulle bacche: “Ne so quanto te. Ci
sono e basta.”
Daniele si appoggiò allo schienale della sedia,
che scricchiolò: “E tu devi dargli la caccia.”
Lei scosse la testa e prese le bacche: “Mi limitò ad ammazzarli quando mi capitano davanti.”
“Con arco e frecce.” aggiunse lui.
“Siamo costretti ad usare sempre il genere di arma con cui abbiamo iniziato.” disse Viola.
Daniele rimuginò qualche secondo : “Allora il tipo del cucchiaio..”
“Adesso è costretto a girare con un cucchiaio in tasca e a prenderli alle spalle, per aumentare le possibilità di riuscita.” disse Viola, Paolo, il Re dei Cucchiai, veniva spesso messo alla berlina in chat, ma era uno dei più ammirati.
“Accidenti.” mormorò Daniele: “E tu come hai cominciato?”
Viola annusò le bacche, avevano un sentore aspro: “A dieci anni, giocavo al tiro al bersaglio con i miei cugini, nel giardino della loro casa al lago, vicino qui.”
“Quindi con un arco giocattolo.” intervenne lui.
Viola annuì: “Il Grumo è saltato fuori da una siepe e si è diretto verso di noi.” staccò lo sguardo dalle bacche e lo fissò su Daniele: “E io ho sentito un impulso inequivocabile, ho strappato di mano l'arco a mio cugino e ho tirato, il Grumo ha tentato di scappare perché si è accorto che lo vedevo, ma non ci è riuscito. E' stato l'unico che ho ucciso di spalle, la freccia sembrava telecomandata.”
Daniele l'ascoltava con attenzione.
“E quando è apparso i tuoi cugini l'hanno visto.” commentò.
Assorbiva bene le informazioni, pensò Viola.
Lui alzò per spegnere il fornello, verso l'acqua bollente in due tazze, vi mise le bustine della tisana rilassante che aveva visto mentre cucinava e le posò sul tavolo insieme la miele, zucchero non ce n'era.
“Si, uno di loro mi ha anche aiutato ad estrarre la freccia.” rispose Viola.
“E come hanno reagito?” domandò lui.
“Spaventati ed eccitati allo stesso tempo, come fosse un gioco, ma sai davanti allo straordinario i bambini si impressionano meno degli adulti, ricordo che quando abbiamo tolto a freccia però abbiamo vomitato, per l'odore.”
Viola posò le bacche, avvicinò la tazza, strizzò la bustina intorno al cucchiaio e la mise accanto alle bacche, quindi addolcì la tisana con il miele: “Con il tempo loro hanno dimenticato, e io sono rimasta incastrata.” concluse.
Daniele la scrutava: “Come fai a essere sicura che fosse qui per me?” chiese poi.
“Perché i Grumi non uccidono i prescelti, siamo fuori dal loro radar.”
“I Grumi?” ripeté lui.
“Si uno degli altri li chiamava così e alla fine l'abbiamo adottato tutti.” replicò Viola
la stanchezza la stava assalendo, lenta ma inesorabile.
Bevve un lungo sorso di tisana.
“Perciò tu conosci altri prescelti.” continuò Daniele.
Viola si sentiva sotto interrogatorio, ma lo capiva, al suo posto anche lei avrebbe voluto sapere tutto.
Piuttosto la stupiva la sua tranquillità.
“Abbiamo una chat.” disse con una risatina nervosa: “Assurdo no?”
“No.” ribatté lui: “Perché usi quel tono derisorio?”
Già, perché?
Sfinita Viola incrociò le braccia sul tavolo e vi posò il capo.
Cos'era quella decorazione sotto la finestra?, una specie di omaggio per Daniele?, i Grumi erano capace di sentimenti?
Se lo era era la prima volta che uno di loro ne dava segno.
Rabbrividì.
Sentì Daniele muoversi e subito dopo la sua mano accarezzarle i capelli e la schiena, con delicatezza la prese per le spalle e la fece alzare, Viola nascose il viso contro il suo collo, lui la sollevò e la portò a letto.
“Dev'essere faticoso vivere cacciando mostri che non vede nessuno.” osservò lui tenendola stretta, Viola gli accarezzava il torace, giocando con i peli e contornando il tatuaggio.
“Io non vado a caccia.” mormorò parlando sulla sua pelle: “Sono scarsa come prescelta, uccido solo quelli che mi capitano davanti.”
“A me pare estremamente faticoso, ed eroico.” ribatté lui.
Lei scosse la testa strofinando la fronte contro la sua clavicola: “Io sono poco devota alla causa, una di noi, si chiama Alice, li cerca costantemente, e si taglia ogni volta che le sfuggono. Una volta ne ha ammazzato uno che aveva succhiato la linfa di una tale quantità di persone da avere sembianze quasi umane.”
E comunque un paio erano sfuggiti anche a lei, ma la sua conta era bassa perché, appunto, uccideva solo i malcapitati che la incrociavano.
“Quindi se mi avesse preso mi avrebbe succhiato la linfa.” disse Daniele, il suo battito continuava ad essere regolare, forse era ancora troppo sbalordito per essere spaventato.
“Si, però è facile farli fuori.” precisò lei: “Sono mostri di serie B.”
“Ma sono letali.”
Viola si sollevò e appoggiò la testa alla mano: “Si, ma ucciderli è facile, a tredici anni ne ho ammazzati quattro alla stessa sagra di paese. E' stato facile perché io sono fuori dai loro radar e mi è bastato aspettare il momento giusto. Cercano di scappare soltanto se si accorgono che posso vederli.”
Si chinò e lo baciò su una spalla.
“Mi chiedo se esistano mostri di serie A; probabilmente per noi prescelti di serie B è impossibile individuarli. Per fortuna, già così è una gigantesca rottura di scatole.” disse di getto.
Daniele sorrise e la baciò.
“Non ti sei mai spaventato.” aggiunse lei quando la lasciò.
“Quando ti ho vista seduta in fondo al letto, con l'arco in mano, ho...intuito che qualcosa stava per giungere a compimento, perché da un paio di giorni avvertivo un senso di oppressione nell'aria che quando hai colpito il mostro è svanito.” le accarezzò il viso: “E le parole e i gesti di mia nonna hanno acquisito un significato.”
Viola sorrise e posò la mano sul tatuaggio.
“Allora al supermercato mi sei quasi venuta addosso col carrello per via del Grumo.” continuò Daniele.
“Si, era seduto vicino alle tue gambe e volevo che si allontanasse.” rispose lei: “Ma ho cominciato a seguirti perché mi sei piaciuto subito e non volevo perderti di vista intanto che decidevo come approcciarti, del Grumo mi sono accorta dopo. “ precisò per spazzare via qualunque dubbio, e cosa ancora più importante: “In più di trentanni questa è stata la mia prima questione personale con uno di loro.” dichiarò mettendosi seduta,
dopo qualche istante in cui le parve si fisse commosso, Daniele l'attirò a sé e la baciò e ci volle un po' prima che riprendessero la conversazione.
“Aveva delle bacche in mano, e ne aveva messe anche sotto la finestra della camera. E' un fatto strano.” esordì Viola, abbracciata a lui che passava le dita sulla sua colonna vertebrale come se fossero tasti di un pianoforte provocandole piccoli brividi di piacere: “Sembra una specie di omaggio.”
“Un omaggio prima di uccidermi.” osservò Daniele: “Forse erano per te.”
“No, come ti ho detto io ero fuori dal radar, fino alla fine non si è neppure accorto che potevo vederlo.”
“E allora cosa può essere?”
Fuori il cielo stava passando dal nero al turchino, Viola si alzò per chiudere le persiane e tornò tra le sue braccia.
“Forse aveva deciso di cambiare bersaglio e quello era un specie di addio, forse l'ho ucciso mentre sistemava la sua composizione. Credo che rimarrà un enigma.” disse.
L'avrebbe comunque messo in chat, per documentare l'evento.
Daniele sospirò, la baciò sui capelli e borbottò: “Oggi una supereroina mi ha salvato la serata e poi la vita, e non posso raccontarlo a nessuno.”
Viola ridacchiò: “Non una supereroina, una prescelta di serie B.” specificò: “Felicissima di averti salvato la vita.”
“Quanto tempo ho per sdebitarmi?” domandò lui, serio.
“Sono arrivata da poco, perciò...” venne interrotta da un rumore secco seguito dal miagolio a squarciagola di Serafino.
Allarmata Viola saltò giù dal letto, Daniele fu più rapido di lei e la precedette costringendola a tirarlo indietro.
“Se è un altro di loro io non corro rischi.” dichiarò spingendolo sul letto.
Entrò in sala e vide arco e freccia spaccati in due, e Serafino che gli girava intorno annusandoli, quando la vide iniziò a strusciarsi contro le sue gambe.
Viola li fissava ammutolita, il cuore che rombava nel petto e il sangue che le ronzava nelle orecchie.
“Tutto bene?” domandò Daniele alle sue spalle.
Lei annuì: “Arrivo subito.” disse, lui tornò in camera e Viola si chinò e allungò una mano per prendere l'arco, ma poi cambiò idea.
Si alzò e raggiunse Daniele che l'aspettava seduto sul letto, sedette vicino a lui e si coprì il viso con le mani, perché le lacrime che avevano fatto avanti e indietro nelle ore precedenti stavano per rompere gli argini.
E infine il sollievo la travolse e scoppiò in un pianto a dirotto.
Daniele le posò una mano sulla schiena e lei sentì il suo calore irradiarsi fino al petto e tirò un respiro profondo calmandosi quasi istantaneamente.
“Cos'è successo?” domandò lui.
“L'arco e la freccia si sono rotti.” rispose lei tirando su col naso e asciugandosi gli occhi.
“Rotti?” Daniele era perplesso.
“Spezzati in due.”
“Da soli?”
Viola annuì.
“Come hanno fatto a rompersi da soli?” chiese lui.
Lei
gli prese le mani: “E' finita.” dichiarò: “Sono libera. La
rottura dell'arma significa è il nostro congedo.” spiegò: “E'
finita.”
Per fortuna aveva fatto in tempo a salvare lui.
Si sdraiò trascinandolo con sé .
“E a parte la libertà cosa comporta?” domandò Daniele.
“Beh non sono più in grado di vederli, posso dimenticarmi della loro esistenza.”
Lui le accarezzò la guancia, soffermandosi sul punto umido di lacrime: “Non temi possano attaccarti ora?”
“No, noi ex prescelti rimaniamo fuori dal radar, te l'ho detto, sono mostri di serie B; e vuoi sapere la parte migliore? La morte del Grumo che ti seguiva ti garantisce l'immunità.”
Daniele sorrise e avvicinò il viso al suo, fin quasi a sfiorarlo: “Adesso che sei libera e che il posto dove lavori è chiuso, c'è bisogno torni da dove sei venuta? O puoi restare qui con me, per esempio.”
“Cosa intendi con 'restare qui con te'?” chiese Viola, aveva una strana sensazione nello stomaco, come uno sfarfallio.
“Che potresti stabilirti qui, con me.” ripeté lui:” Ho una mezza idea che andremo d'accordo.” aggiunse, scostandole i capelli dalla fronte: “Cosa ne pensi?”
Serafino si annunciò con un basso miagolio, piombò in mezzo a loro e cominciò a strofinare il muso sotto il mento di Daniele che scoppiò a ridere: “Cosa gli prende?” domandò
“Sta rispondendo lui per entrambi. Dice che saremo molto felici di restare qui con te. Molto felici.” rispose Viola: “Siamo d'accordo.” disse al gatto accarezzandolo: “Adesso lasciaci soli.”
Serafino si voltò verso di lei e poi balzò sull'armadio, da dove rimase a guardarli fino al sorgere del sole.

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